ritratti dipersonaggi famosi: letterati, storici, politici

 

 

L’AMANTE DEL DUCE

Di Augusto Benemeglio

1.Una nube profumata

Tutto ebbe inizio in aprile , con le ginestre e le valeriane selvatiche che fiorivano come in un giardino sul ciglio della via del  mare, che da Roma conduce ad Ostia. Era il 24 aprile 1932 e Claretta aveva vent’anni , con la testa piena di riccioli e fatui sogni d’amore  . Seguiva , fin da bambina , sui giornali , le imprese gloriose , l’irresistibile escalation del  duce, il suo mito, il suo eroe , di cui conservava  , come una reliquia , una foto-simbolo : ritto , le mani sui fianchi , la testa alta , il mascellone volitivo . E quella mattina avvenne come nel film  “La rosa purpurea del Cairo” di Woody Allen. Il mito uscì dalla pellicola  della fantasia , e divenne  realtà, per mostrarsi in carne e ossa alla sua vestale , alla sua romantica adoratrice. Erano entrambi lì , sulla via del mare , su quella strada invasa dalla ginestra bianca , delicata e vaga , che a ciuffi ,  reclinata, quasi dormiente  sull’asfalto  sembrava una nube profumata posata in terra.  

  

2. Lei non doveva essere uccisa.

E  tutto finì in aprile , su una mulattiera di Giulino Mezzegra , nel comasco, fra due tronchi divisi a fionda di pinastri giovani, incastrata nella pietra grigia , all’ombra di allori e  ricurvi  aghi bruciati , e rametti, e teste di foglie tagliate  , e ingiallite, finì  con una sventagliata di mitra , i corpi dei due amanti caddero senza emettere un grido. Era il 28 aprile 1945 , e Claretta aveva trentatrè anni , l’età del dramma , della tragedia, della passione, delle grandi imprese , l’età di Gesù Cristo sulla croce,  e Claretta ci finì , in croce, ma a testa in giù , presso una stazione di rifornimento di benzina, a piazzale Loreto, città di Milano, “roba da macelleria messicana”, disse Ferruccio Parri.  E anche  Sandro Pertini, capo storico dei partigiani ,  ammetterà che “lei no, non doveva essere uccisa,  poiché la sua unica colpa era quella di aver amato un uomo.”

Ma senza quella morte , Claretta sarebbe stata solo una delle tanti  amanti del focoso duce ( dalla “pasionaria” russa Angelica Balabanoff, “brutta, buona e sincera” ,  all’anarchica e stravagante Leda Rafanelli , di sangue musulmano;  dall’intellettuale e  raffinata ebrea Margherita Sarfatti. “bella , avara e scaltra” alla giunonica trentina  Ida Dalser , “l’austriaca”, che gli diede un figlio , Benito Albino, da lui riconosciuto) , senza voler considerare tutte le altre donne con cui aveva avuto rapporti sessuali ( pare che ne abbia possedute più di cinquecento). 

 

3. La mia carne non mi permette di essere santo

Con quella morte Claretta riscattò sé stessa dalla banalità di amante clandestina,  passatempo profumato,  mantenuta , puttana del duce. Divenne un’eroina romantica che sacrifica tutto all’amore eterno in cambio della vita. Diede un senso ai lunghi pomeriggi trascorsi nell’appartamento “Cybo”  di palazzo Venezia, destinato solo a lei, in attesa del fugace incontro con lui, ai duetti musicali , entrambi a sviolinare , oppure lui al violino e  lei al pianoforte , in cui facevano scempio dei prediletti “  notturni”  di Chopin . E poi le lunghe reiterate scene di gelosia di Claretta che innervosivano il Duce-Toro, perché è vero che la tradiva indefessamente, ma solo con il corpo : “La mia carne non mi permette di essere santo” .  C’erano stati anche momenti di quiete spirituale in cui ascoltavano le romanze di Verdi Mascagni e Puccini , o leggevano i  versi dei loro poeti preferiti, Petrarca e  Leopardi ( il gobbo di Recanati era il prediletto del Duce , chi l’avrebbe mai detto?) . E alla fine Claretta  gli recitava a memoria la poesia  di Elizabeth Barrett Browning : “Ti amo , Ben, con la profondità , con la vastità e l’altezza che l’anima mia può attingere , quando mi sento smarrita oltre i confini dell’essere e della grazia ideale …T’amo con la passione che ponevo un tempo nelle pene e con la fede nella fanciullezza… T’amo col respiro , i sorrisi , le lacrime di tutta la mia vita …e se Dio vorrà t’amerò ancor di più dopo la morte…”

4. Il suo amore non era una buffonata.

“ Senza quel finale di partita – dice Mauro Mazza, ex direttore del TG2”,  Claretta sarebbe stata una figura storicamente irrilevante , al centro , tutt’al più, di postumi gossip nei salotti romani post-fascisti , così simili peraltro a quelli

fascistissimi, dove si discettava ammiccando sulle sue visite in side-car a Palazzo Venezia, o sulla nuova villa dei Petacci sulla Camilluccia troppo lussuosa ( aveva trentadue stanze) per non essere oggetto di  pettegolezzi velenosi. E invece no.  Quella morte per amore , solo per amore , la fece ingombrante e d’improvviso così grande, costituendo una vergogna per la memorialistica resistenziale  ricordare  che , insieme al dittatore, fu assassinata una donna senza colpa alcuna”

Con quella morte, Claretta aveva dimostrato che il suon amore non era una buffonata e si era presa la rivincita sui  gerarchi, che l’avevano sempre detestata , odiata , ritenendola un’intrigante e un’approfittatrice ,  una sorta di Pompadour  in sedicesimo, corresponsabile di molte decisioni sballate del duce, mentre in realtà Mussolini  non confidò mai nulla dei segreti di Stato alla propria amante , e le rarissime volte in cui lei intervenne in questioni politiche che non conosceva la zittiva bruscamente dicendole in modo assai poco elegante: “Clara, non dire coglionerie” . Ma secondo alcuni gerarchi e lo stesso Ciano , era Mussolini che era affetto da senescenza precoce, che si era rincoglionito , e la colpa era tutta del malefico influsso dell’amante e della famiglia Petacci in cui  il fratello di Claretta, Marcello era un risaputo losco faccendiere. Dello stesso avviso furono alcuni capi partigiani , che la fecero condannare a morte ritenendola  “responsabile  quanto Mussolini ,  perché era stata la sua consigliera, aveva  ispirato la sua politica per tutti questi anni”,  parole di Valerio, alias Walter Audisio , il  presunto “giustiziere“ dei due amanti. 

In definitiva , quelli vissuti dai  due amanti così stranamente assortiti , un dittatore e una sorta di fatua collegiale , tutta ciprie e ninnoli, furono tredici anni ridicoli e tragici , squallidi e romantici, teneri e grotteschi. In un’epoca di pragmatismo , in cui era stato bandito ogni dolce stile  e men che meno l’amore ideale,  l’amore romantico, fu, paradossalmente , lo stesso virile Negatore  d’ogni gentilezza , che prendeva le donne brutalmente come i galli prendono le galline, senza nemmeno togliersi gli stivali, a farlo rifiorire e – di più -  a riviverlo in prima persona. Vediamo come, riavvolgendo il nastro della loro  storia.

  

5. “Duce, avete letto le mie poesie?”

Claretta si trova sulla via del mare a bordo della  limousine Lancia Asturia targata Vaticano, insieme alla madre Giuseppina, alla  sorella minore Myriam

 e al  fidanzato Riccardo Federici,  quando  vede sfrecciare l’Alfa Romeo rossa-Nuvolari del Duce, che è alla guida.“E’ il duce, il duce!” grida infantilmente  , e sprona l’autista napoletano  Coppola a inseguirla :“Corri , corri, Saverio”. Ma dopo pochi centinaia di metri  l’autista rallenta :  “Signurì,

chillu è ‘o Duce”. Ma un’ora dopo, sulla rotonda di Ostia , a pochi metri dalla battigia , Claretta scorge nuovamente il Duce che , poggiato ad una vecchia balaustra  irta di filo spinato, guarda il mare, il “suo” mare , con i canti, le correnti, le sirene , la gioia dell’onda di risacca che viene a lambirlo sulla spiaggia di gusci , radici, asterie, ossi di seppia, macerie.

Il cinquantenne Duce è  all’apice della sua potenza  e tutte le donne delirano per lui , sognano un incontro segreto con lui , ma Claretta se ne è  innamorata assai precocemente , a soli otto anni  , e fin da allora non aveva fatto che sommergerlo di carte,  una marea di lettere, poesie, cartoline, biglietti postali , seguendone , passo su passo,  sui giornali ,riviste , cinegiornali , la sua irresistibile ascesa. Claretta custodisce la foto del Duce come una reliquia e la bacia ogni sera prima di addormentarsi.  “Nel figlio del fabbro – scrive Roberto Gervaso – tutto il popolo italiano  non vedeva  solo una ferma guida ,  ma un insonne demiurgo , un salvatore della Patria , un restauratore d’antiche virtù”.

Incurante della guardia del corpo, che la blocca , Claretta , insieme al fidanzato,  tenta di avvicinarsi  a Mussolini,  che fa cenno di lasciarla passare:  “ Scusate, Duce, se ci siamo permessi  di disturbare, ma è tanta la gioia di vedervi che…” Poi , dopo i convenevoli, Claretta , fattasi più ardita gli dice: “Duce , recentemente  vi ho inviato delle poesie. Le avete lette?” Mussolini la guarda negli occhi , d’una malinconica luminosità  andalusa, osserva le minuscole orecchie coperte da una selva di cirri bruni e capricciosi , la sua pelle chiara, diafana e lucente , le sottili dita , le unghia laccate , la magnifica dentatura , il naso soavemente affilato, i piedi quasi infantili ( portava scarpe numero trentatrè) , le gambe dritte, l’esile vita, il seno opulento , il suo più rilevante attributo anatomico, e poi – in una figurina così minuta e esile – quella strana  voce roca , che si farà sempre più bassa, fino a divenire , col tempo, gutturale.

“Sì, mi sembra di averle lette, le vostre poesie , anche se adesso non le ricordo”, mente il Duce e subito dopo congeda i fidanzati.

Tutti e due, alla fine di quella giornata  d’ aprile , non  riusciranno a chiudere occhio. Se per Claretta era comprensibile, per il Duce assai  meno.

  

 

6. Sì, l’amo questa bambina, e non  mi vergogno di gridarlo.

Che cosa aveva trovato quell’uomo potente e temuto , che stava progettando la conquista dell’impero , in quella ragazza  della  borghesia romana  ( era figlia del medico del Vaticano Francesco Saverio Petacci  , e di Giuseppina Persichetti)   per farlo innamorare come un ragazzino , uno studentello liceale. Insieme , vanno al castello di Gradara , entrano nella stanza di Paolo e Francesca dove sfogliano il “libro galeotto”,  passeggiano nelle pinete mano nella mano come due fidanzatini , o si guardano lungamente negli occhi sulla spiaggia di Rimini , alla prima alba rosata , fra le barche  e le reti dei pescatori  , e lui declama:  “Sì, l’amo questa bambina , l’amo , sì, e non mi vergogno  di gridarlo…Ti Adoro, piccola Clara, sei la parte più bella della mia vita, sei la mia anima, sei la mia primavera , la mia giovinezza, e ho bisogno di te , ho bisogno del tuo amore fresco , buono, tempestoso , assoluto, prepotente , così come il mio  è violento , prepotente, geloso …Ricorda Clara, quello che ti dice un uomo al tramonto della sua vita , nel declino dell’età , sono le frasi più profonde, più intense , io ti amo, e qualunque cosa accada, io ti amo , ti ho amato e ti amerò sempre . Sei l’unica donna che io , nella mia tumultuosa ,, difficile, tormentata vita , abbia veramente e profondamente amato. Sì, io ho amato e amo soltanto te, cara, cara piccola , donatami dal destino e che involontariamente io faccio tanto soffrire”

7. Quel quid che era l’amore

Lettere  come questa, che il duce scrisse nei primi anni idilliaci , Claretta le conservò gelosamente , e forse ne fece fare anche delle copie,  affidandole, nell’imminenza dell’inevitabile sfacelo , nelle mani sicure della sorella Miryam , che sarà la sua biografa più attendibile, essendo stata testimone di molte vicende dei due amanti, anche se , ovviamente , una biografa schierata.  “Qual era  il fascino segreto, quel “quid “ inspiegabile che possedeva Claretta e aveva attratto irresistibilmente, ineluttabilmente il duce ?” .

Claretta era una bella ragazza , ma non era certamente una miss , non era né colta (aveva fatto modesti studi) , né particolarmente intelligente, quantunque avesse una certa fantasia e una grazia in tutto ciò che faceva ( suonava l’arpa, il violino e il piano,  scriveva sonetti, ballate, madrigali, componeva anche canzoni e romanze, aveva la passione per la pittura ), ma se teniamo conto che il duce aveva amato donne di grande personalità come la Balabanoff , e la Sarfatti che in quanto a cultura, stile e intelligenza,  gli erano state maestre ( e la Sarfatti era anche bella) , al loro cospetto una come Claretta rimane una figuretta di secondo o terzo piano. Forse quel quid che aveva fatto  innamorare il duce come uno scolaretto , fino a renderlo ridicolo ( chiese alla madre di  Claretta il permesso di  “amarla” , dopo che la ragazza , sposatasi  con Federici, si era separata dal marito , ed era quindi  di nuovo disponibile . E   lui era all’apice della sua potenza e popolarità, e gli sarebbe bastato uno schiocco delle dita per avere ogni cosa) era legato al mistero stesso dell’amore, “ quell’imperscrutabile mistero cosmico che ammalia, esalta, incatena”. Ma non dobbiamo dimenticare – scrive Gervaso – che il duce era un uomo dell’ottocento, e del suo secolo aveva tutte le sfumature romantiche e

sentimentali . Claretta, con la sua educazione ottocentesca , annullava il distacco, la differenza di età ( trent’anni) e di mentalità , donandogli quella sensazione magica che si  prova quando ti sembra di essere tornato indietro negli anni. Ed ecco una lunga e vorticosa girandola di emozioni e di giovinezzam  i lunghi week-end al Terminillo, con Mussolini che sciava da cane  ma aveva una vitalità mostruosa, capace di fare chilometri e chilometri senza fermarsi , dice Myriam; e poi i picnic a Castelfusano , o sul mare di Ostia , le gite in motoscafo, le cavalcate sull’Appia, le partite a tennis. Claretta era costantemente in estasi, ma anche il duce. 

          Quanto durò quest’amore?

.

8. La gravidanza extrauterina di Claretta

Da parte di Claretta per sempre, oltre la morte, potremo dire, e lo dimostrò immolandosi per lui, che più volte aveva cercato di allontanarla e invitata a mettersi in salvo ,in Spagna, con la propria famiglia, ma lei no, si sentiva ancora la sua fiamma ardente ( anche se Mussolini dopo il 25 luglio era ridotto ormai a cenere) , la sua ispiratrice, la sua salvatrice, come annota nel suo diario: “ Mi sento come mandata da Dio per aiutarlo a difenderlo dalla gentaccia che ha attorno…Io gli sono necessaria  perché egli è solo , e tutte l creature umane hanno bisogno di qualche persona che stia loro vicina e con la quale possano parlare, gioire , soffrire”.

Per il duce – annota Mazza nel suo profilo del Volume II “ Italiane” edito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma, 2004, e duramente contestato dalle parlamentari di Rifondazione comunista -  fu amore vero, negli anni euforici del massimo fulgore per l’Italia mussoliniana , ma la fiamma esaltante durò  solo alcuni anni. Pesarono, senza cancellare del tutto il sentimento, le voci sul fratello di lei, spregiudicato faccendiere, e condizionò il comportamento di Mussolini la reiterata richiesta della sua figlia amata, Edda: “Liberati di lei, ti scongiuro!”

Ma più di tutto furono gli eventi storici a scegliere per loro. Come per tutti.

Lo scenario internazionale che si fa inquieto, a partire dal 1938, la tragedia della guerra, la morte del prediletto figlio Bruno, assorbirono e avvilirono l’animo del duce, e tuttavia, nella fine d’agosto del 1940, in piena guerra,  Miryam ricorda Mussolini alla Camilluccia, quando si prospettò un serio pericolo di vita per Claretta, incinta, a causa di una gravidanza extrauterina con minaccia di peritonite. Claretta aveva già perso il bambino frutto del loro amore. “ Non lo dimenticherò mai, se ne stava seduto  in un angolo, immobile, con gli occhi sbarrati , che fissavano il vuoto. Non sentiva quello che gli si  diceva, e non vedeva neppure mio padre e il professor Noccioli , che si avvicendavano nella stanza dell’ammalata. Sembrava un pezzo di  marmo”.

“ Lo sai che quel giorno ho pregato per te .E’ stata una cosa strana , ad un certo punto mi sono sorpreso a ripetere Signore . non fatemela morire”.

E certo per uno che aveva sfidato Dio anni  prima (“ Se Dio c’è lo sfido a fulminarmi entro due minuti” ) era strano davvero. Ma le stranezze e le contraddizioni non sarebbero finite lì. L’anno dopo fu lo stesso Pio XII a chiedere al “diletto figlio”  d’interrompere quel rapporto che era ormai divenuto di dominio pubblico, e  quindi scandaloso . E il duce stavolta obbedì. Il 20 maggio 1942 scrisse all’amante: “Clara, il sacrificio che chiedo al tuo amore , più che alla tua sensibilità e obbedienza, è grande; ma torno a ripeterti che è necessario per chiarire tutto e riportare persone e cose ed eventi in una tranquilla luce. Un giorno mi ringrazierai di ciò e sarai contenta di questa eclissi di un’abitudine che ti era cara”   E si firma ATDB ( a te da Ben).  

 

9. Gh’è el crapun

Ma la tragedia è ormai alle porte. Per lei l’umiliazione di essere cacciata dagli uscieri di Palazzo Venezia, per lui le tragiche disavventure belliche e il dramma del 25 luglio 1943, con  il Gran Consiglio che lo sfiducia. E le parole di Claretta , come quelle di Calpurnia,  che echeggiano dentro di lui: “ Ben, non andare, non ti fidare di loro , e guardati  da Badoglio”.

E , in rapida sequenza , l’arresto, l’armistizio, la Repubblica di Salò. Anche per Claretta e la sua famiglia c’era stato l’arresto e la prigione nelle fetide celle di Novara. E infine ancora un ricongiungimento, a Salò, in cui il loro amore divenne strumento e quasi ostaggio di guerra. I tedeschi si servirono di Claretta per meglio e più da vicino controllare il duce, conoscerne le intenzioni, spiarne i pensieri, ma anche gli alleati fecero la stessa cosa. C’erano spie prezzolate

che portavano la colazione a Claretta, a Villa Fiordaliso. Ma lei non sin prestò a nessun gioco, fu sola di Mussolini, fino all’ultimo istante. E quando i tedeschi lo vollero occultare , portandolo sul loro camion travestito da improbabile caporale tedesco per salvarlo dai partigiani (ma  un partigiano lo riconobbe subito durante un ispezione: “Gh’è el crapun”) , Claretta inseguì il camion, lo rincorse, tentò di salirvi attaccandosi con entrambi le mani alla ribaltina posteriore , finchè il calcio del fucile di uno dei soldati le si abbattè sulle dita, obbligandola a mollare la presa. Ma seguitò a correre, barcollando a zig-zag, come colpita da un improvviso malore, e infine  cadde a terra, come nella scena di “Roma città aperta”  di Rossellini. Anticipò , e forse suggerì , la scena della Magnani, per stare vicino al suo Ben, che raggiungerà comunque il  giorno dopo,  grazie al partigiano Pedro, alias Pier Bellini delle Stelle , un giovane aristocratico toscano, che la ricorda così: “Era  pallida, esausta . Sul viso, provato da mille sofferenze, umiliazioni, disinganni, si  coglievano una tristezza immensa e un infinito smarrimento…Cambiai subito parere su di lei. Era  una sventurata non un’avventuriera. Era solo una donna innamorata che voleva morire per il suo uomo. La mia vita,-  mi disse , – non avrebbe nessuno scopo dopo la sua morte. Morirei ugualmente , solo con minor rapidità e con maggior dolore. Questa è la sola cosa che le chiedo: morire con lui. E lei non potrà negarmelo”.

L’ultima notte

Pedro la conduce presso una cascina sita tra il paesino di Azzano e la frazione Bonzanigo , di proprietà di  contadini partigiani, i De Maria. Qui ritrova il suo Ben, disfatto, ormai simulacro di sé stesso. I due vengono alloggiati in una camera occupata da un enorme letto matrimoniale sulla cui testiera pende un’oleografia della Madonna di Pompei , e da due  pesanti comodini, un paio di sedie, una cassapanca, un attaccapanni , una lampadina con piatto, un treppiedi con catino e una brocca per l’acqua . Lì  trascorsero insieme , l’una accanto all’altra, l’ultima notte della loro esistenza, tra il 27 e il 28 aprile  1945.

Lei era pronta , forse più dello stesso Mussolini, al sacrificio estremo. Alla sorella Miryam aveva confidato: “ Mi odiano perché lui mi ama. Perché la mia vita è tutta per lui. Non lo abbandonerò mai, qualsiasi cosa avvenga…Fa sì che sia detta finalmente la verità su di me, su lui, sul nostro amore sublime, bellissimo, divino, oltre il tempo, oltre la vita”

Non  chiusero occhio per tutta la notte. Non si dissero una parola, né fecero un gesto. Stettero accanto l’uno all’altra, vestiti, immobili. Lei forse ricordò la sua prima visita a palazzo Venezia.  Tutta la sala intorno a lui brillava  -

pavimento, mobili scuri, pareti – e si aveva per un attimo l’impressione che dovesse specchiarlo. Ma la figura di lui era grande, sola, unica, nella sala, in mezzo a quei riflessi che non avvenivano. Era lui che rispecchiava la sala , lui .  il mito, l’eroe romantico dell’ottocento con la fastosità del novecento che avanza . Ora  la sala pareva girargli  intorno, come tutte le cose: Se si trovava in mezzo ad una folla, la folla gli rigurgitiva e bolliva intorno; se si trovava  in mezzo a un popolo, il popolo gli faceva  cerchio, si disponeva  a piramide e lo accettava  spontaneamente per vertice. Lui era il sole , e lei una farfalla fragilissima, colorata, profumata, che le girava intorno. Ma ecco che lui le si fa incontro, la guarda con quegli occhi neri fondi folli e deliranti.

“Stanotte non ho dormito, pensando a voi”

In tutta quell’orribile bufera che tutto aveva spazzato via del mito e dell’eroe sostituendolo con l’aguzzino e il sanguinario , era rimasta in lei quella dedizione intensa e sublime , che era l’amore per il suo Ben; a lui forse , dietro lo sguardo spento , era rimasta la tenerezza, l’affetto , la gratitudine per questa donna che gli si era immolata.

Dopo la mortale raffica di mitra, un partigiano strappò dal collo di Claretta un ciondolo d’oro. Dietro c’era scritto: “Clara, io sono te e tu sei me. Ben.” Claretta  ci aveva sempre creduto, fino in fondo, oltre il tempo, oltre la vita.  

 

 

Anita  Ribeiro Garibaldi

La più perfetta delle creature

  

Di Augusto Benemeglio

 

1. Avevo bisogno di una donna che mi amasse subito!…

C’era stato il polverone, il grido e la caduta, la liberazione, la conquista, poi Anita dalla pelle cupa ,una creola dotata di vera dignità spagnola , che aveva  antenati indiani e portoghesi  .Poi c’era stato il vento teso che si fa tempesta , il naufragio, la morte dei fratelli italiani, la luce fresca che segue sempre una tempesta , infine lo strazio dei ricordi , la solitudine , la disperazione…  infine Anita,   con il suo volto velato che si posava sull’oceano e andava alla deriva nel pizzo del suo strascico nuziale. Anita: una donna forte, coraggiosa, un’amazzone, ma anche una  vera compagna , che gli avrebbe dato quattro figli e l’avrebbe amato come nessun’altra , per tutto il corso della sua breve vita, come lui aveva desiderato.

“Avevo bisogno d’una donna che mi amasse subito!… sì, una donna!, e trovai Anita,  la più perfetta delle creature…Da quel giorno non ho desiderato più niente. Il mio viso , come il viso del sole, era sfiorato dal suo sguardo, che era come una pioggia leggera, calma, sul mare”

Le pietre sono il tempo, e Anita ora è pietra  , alabastro risorgimentale . Le sue spoglie sono  là, racchiuse nel marmo del suo mausoleo , a Roma, sul colle del  Gianicolo,  nel suo monumento a cavallo , con il figlio in braccio e la pistola in pugno, icona della pura amazzone,  con i capelli lunghi e nerissimi raccolti nella crocchia ,  e il  vento del sud sopra di lei , due secoli di vento, che si avvolge su se stesso e  si sotterra nel giorno della pietra, come il villaggio sperduto in cui era nata, Morrinhas, nel Brasile meridionale , il 30 agosto del 1821, un villaggio di farrapos  , straccioni,  della provincia  di Santa Caterina .Garibaldi l’aveva sognata nelle foreste del Rio Grande , tra raffiche turchesi di pappagalli in fuga, alberi ribollenti di corvi, e le raccoglitrice di manghi . La vide bella e quieta ,  colla blusa rossa e un fiume di capelli neri , tra gli alti girasoli . Era una pausa della  luce, un sorso di acqua di fonte, e i suoi seni ampi e sodi maturavano sotto i suoi occhi. Il corsaro la vide forte e ambrata , agile come una gazzella scura, leggera come una brezza marina, fiammeggiante nella veemenza di un tramonto tropicale. “Tutte le donne riograndesi sono belle di forme, e generose nel donarsi, ma Anita era il mio ideale, il mio sogno pensiero che si fa donna, il mondo vero, la mia vita , e la mia morte.”. 

  

2. Non gli  disse che era sposata con Manoel dei cani 

Poi la rivide , nella realtà , questa figura sognata, vagheggiata e fu a Laguna , il piccolo porto di Santa Caterina , diventato repubblica indipendente con il nome di “Giuliana” ( perché si era in luglio),  imbandierato delle nuove insegne verde bianco e giallo oro ; la rivide sul molo , con il cannocchiale , dalla sua nave in rada , ed era lei, in tutto, nell’alta statura, nella fierezza, nel seno prepotente , nel passo sicuro. Scese a terra , e la incontrò nella casa dove viveva . Era il 27 luglio 1839  e le cose intorno a loro ardevano. Andarono entrambi in estasi.

“Restammo entrambi a guardarci reciprocamente come due persone che non si vedono la prima volta, e che cercano nei lineamenti l’una dell’altra qualche cosa che agevoli una reminescenza , che appartenga al sogno”.

 

Tu devi essere mia, le dice in italiano. E poi , in portoghese, le chiede  qual è il suo nome.  Aninhas , dice la ragazza.  Nel mio paese si dice Anita .Per me sarai per sempre Anita.  Io vivo sull’acqua, solo. Senza moglie e senza figli. Ho circumnavigato ogni mare , ogni possibilità umana , per arrivare a te, Anita, e finalmente ti ho trovata. Staremo sempre insieme. 

E Ana Maria Ribeiro Da Silva , detta Aninhas , mezza portoghese e mezza indiana, rispose: sì, sarò tua, e ci faremo una piccola casa sull’ acqua grigia del porto , con le finestre sempre spalancate al sole , e anche alla pioggia e al vento. E se vuoi metteremo anche la bella bandiera della repubblica verde bianco e giallo oro, che mi ha donato mio zio Antonio , quando è entrato a Laguna,  anche lui rivoluzionario , come te, Josè  (Anita sapeva benissimo chi era lui, l’aveva visto in chiesa , tra i comandanti, e gli era parso meraviglioso, con la barba bionda e gli occhi azzurri).  Ma non gli disse che era da quattro anni sposata  con un calzolaio , Manoel Duarte Aguiar  , Manoel dei cani , come lo chiamavano a Laguna , perché era contornato dai cani , a cui la madre , Maria Antonia de Jesus , vedova con tre figlie a carico, l’aveva promessa e data ,  a soli quattordici anni d’età,  affinché  la ragazza potesse sfamarsi. Aninhas non voleva mentire allo straniero , al bel corsaro dai capelli biondi come il sole, da cui era fortemente attratta ( “Io dico Josè Garibaudi , ed è un nome che mi fa sognare una vita in paesi misteriosi, bellissimi, lontani . Viene

da un  paese chiamato Italia, l’hai mai sentito nominare ?“, chiede alla sorella). Anita non disse che era sposata perché si sentiva una donna libera , e non tanto perché il suo matrimonio era stato uno sfacelo , e il marito , arruolatosi con gli imperialisti di don Pedro II , all’arrivo dei farrapos , i rivoluzionari a cui apparteneva Garibaldi , se ne era scappato da Laguna senza più dare notizie di sé  ( poteva già essere morto, come ipotizza qualche biografo) , ma perché Manoel dei cani  si era rivelato fin dall’inizio un  vero e proprio “omme ‘e  merda”, per dirla alla napoletana. La maltrattava e la teneva  segregata in casa , era costantemente ubriaco, e quando era sobrio era un vero pusillanime, sempre dalla parte del più forte, meschino , vile e codardo. Insomma non degno   di lei , non dico del suo amore, – che non c’era mai stato – ma della sua stima e  del suo rispetto.  E questo per una sorta di  codice d’onore non scritto delle donne sudamericane do quel tempo , che erano forti e coraggiose ,  e spesso si dovevano difendere da sole dalla brutalità degli uomini e dalla natura esuberante,  ma allo stesso tempo erano donne capaci di estrema fedeltà e dedizione , pronte a qualsiasi sacrificio e alla totale sottomissione ai loro uomini , che seguivano anche nelle imprese guerresche ,  purchè questi si dimostrassero uomini veri , con le palle, dotati di coraggio , cuore , lealtà, con vivo senso della libertà , dell’ amicizia, spirito di sacrificio e solidarietà umana, valori che valevano più di qualsiasi legge scritta, e che Anita aveva trovato nel suo Josè.  Una come lei ,  fiera e selvaggia come una cavalla di purissima razza ,  non si sarebbe mai adattata  a vivere con un uomo che non amava e stimava , anche se le carte dicevano che era il marito. A dirla tutta , c’è chi,  come Silvia Alberti de Mazzeri,  una delle sue tante biografe , sostiene che il matrimonio tra Anita e Duarte non fu neppure consumato, ma forse questo è eccessivo.

Quel che è certo e che tra i due l’amore non c’era mai stato , e che quando venne Josè Garibaudi, come lo pronunciava lei, la diciottenne Anita non esitò a lasciare tutto e tutti, familiari e amici, casa e patria, e a seguirlo dovunque,  come un’ombra, stargli accanto per tutta la sua breve vita, dieci anni intensi, pieni di avvenimenti , di  speranze, di promesse, ma anche anni di durissime privazioni, fortemente drammatici , che  solo una donna come lei avrebbe potuto sopportare.

3. I miei occhi ti scoprono nuda.

Anita era alta, scura di pelle, robusta, dal corpo muscoloso e il petto sviluppato, viso ovale un po’ lentigginoso , capelli nerissimi, lunghi fino alla vita e sciolti , fiera e brusca nei movimenti,  tanto risoluta nelle azioni di guerra da stupire lo stesso Garibaldi. Aveva  gli occhi a mandorla , immensi, che gettavano una luce che poteva essere fiamma di sdegno ( a soli quattordici anni aveva spiaccicato il sigaro sul viso di un carrettiere dallo sguardo troppo insistente e molesto), o torrenti languidi di una calda pioggia di sguardi, come lo furono per il  suo Josè , a cui , ( “a prima vista si riconosceva l’amazzone in lei”, dirà Gustav Hoffstetter , uno dei tanti ufficiali stranieri di Garibaldi) , probabilmente insegnò a cavalcare   (o quantomeno a perfezionare la sua tecnica) , in quei primi giorni di intenso innamoramento. Cavalcavano insieme sulla spiaggia , dove rimanevano per ore e ore, spesso ci dormivano pure e ci facevano l’amore, sulla sabbia. Anita vi era abituata, fin da ragazzina, quando scappava di casa e restava via , col suo cavallo, per giorni e giorni ,e alla sera dormiva su quella stessa spiaggia.

“ Anita , splendida amazzone, i miei occhi ti scoprono nuda e ti ricoprono di una calda pioggia d’amore. In te canta il vento di prima mattina, e i tuoi seni si fanno arpe profumate.  In piena notte il tuo riso è come il fogliame fragoroso dei grandi alberi , e quando scendi dal letto la tua camicia di luna è un lungo strascico azzurro.”

Fu un’estate indimenticabile , giorni e notti di  piena e pura sensualità, che proseguirono a bordo del Rio Pardo, la nave su cui  Garibaldi aveva issato le proprie insegne di comandante della flotta della Repubblica di Santa Caterina. Ma intanto le truppe e la flotta imperialiste  tornavano alla carica, e bisognava difendere la città.

4. L’amazzone brasiliana

E Anita non si tira indietro. E’ al fianco del suo Josè, partecipa attivamente a  varie azioni di guerra in cui  rischiano entrambi di perdere la vita, come nello scontro con le navi  dell’armata imperiale, nella baia di Imbituba , il 3 novembre 1839,  durante la disperata difesa di Laguna. E’ lei stessa che spara la prima cannonata contro la flotta nemica preponderante, è lei che anima colla voce le ciurme sbigottite, è lei che soccorre i feriti, incurante della pioggia di pallottole e di una cannonata che la travolge fra i cadaveri. Ma Anita si rialza e in mezzo a membra e corpi mutilati , vesti e bandiere in fiamme che le intorno nell’aria, imbraccia un fucile e  con il suo coraggio e il suo vigore restituisce fiducia ai marinai nascosti sottocoperta, gridando e agitando la sciabola: “ Mais fogo , mais fogo!” E quegli uomini , sentendosi umiliare da una donna, reagiscono, riprendono a combattere, superano le difficoltà del momento. Ma la potenza della flotta imperiale è schiacciante, non c’è possibilità di difesa. Garibaldi la invia a chiedere rinforzi al generale Canabarro , ordinandole di far pervenire la risposta per mezzo di un portaordini. Ma l’amazzone brasiliana è degna di lui, e se ne va , passando sulla laguna alta sulla baia, sprezzante del pericolo, e porta personalmente la risposta, negativa, che convince il corsaro ad affondare le navi,  mettendo però in salvo le munizioni, che vengono affidate sempre a lei,  sposa-guerriera , la “fanciulla dinamitarda,  che  nel petto azzurro e nero  del ferro  esplode come sole ardente, che s’apre  come ferita, che  parla come un guerriero;  a lei ,  figlia del fuoco  , che ha dentro di se lo spirito del fuoco , e l’addensamento del sangue , il vapore rosso , e la preghiera retta che libera e sublima”

Dopo alterne peripezie, Anita,  partecipa eroicamente all’ultima battaglia navale della Barra , il 15 novembre 1939,  trasportando in salvo per dodici volte le munizioni di bordo con una piccola barca, da sola, sotto il fuoco nemico, prima che Garibaldi incendi le sue navi.

La guerra prosegue via terra, con Anita sempre indomita, a cavallo, con la spada sguainata, sottoposta a prove incredibili di resistenza alla fatica, alla sete, alla fame , nutrendosi di sole bacche e radici per giorni e giorni , spronando i compagni di lotta ad andare avanti, a combattere, stanando gli imboscati e i vigliacchi a suon di fucilate. Anita , fiamma e fumo, grano di energia forgiata nel granito dormiente , salamandra, stella caduta nelle foreste del Rio Grande du Sol , è tra i protagonisti della battaglia di Santa Vittoria, del 15 dicembre 1839, in cui 500 repubblicani sconfiggono 2000 imperiali, ma nella battaglia successiva, di Curitibanos , del 18 gennaio 1840, viene fatta prigioniera , ma riesce  a fuggire per tornare dal suo Josè,  e  quando le dicono che è morto , torna sul campo di battaglia , lo cerca tra i cadaveri  a lume di una torcia , aggirandosi tutta la notte come una disperata. Lo piange morto, ma Josè è vivo, l’hanno visto combattere a pochi chilometri da lì , e allora lei accorre , è al suo fianco, galoppano ancora insieme e  riescono incredibilmente a trovare il tempo anche per l’amore.

“Io marciavo a cavallo con accanto la donna del mio cuore , degna dell’universale ammirazione…E che m’importava il non aver altre vesti che quelle  che mi coprivano il corpo, e di servire una povera Repubblica che a nessuno poteva dare un soldo? Io avevo una sciabola e una carabina , che portavo attraversata sul davanti alla sella…La mia Anita era il mio tesoro, non meno fervida di me per la sacrosanta causa dei popoli e per un vita

 

avventurosa…comunque andasse l’avvenire ci sorrideva fortunato , e più selvaggi si presentavano gli spaziosi americani deserti , più dilettevoli e più belli ci parevano”

5. Nasce Menotti

Non si fermano neppure quando Anita rimane incinta , anzi l’eroina prosegue a cavalcare, lotta , grida, cade, si rialza, torna in sella e vi rimane fino all’ultimo mese di gravidanza. E’ il  6 settembre 1840 quando nel  piccolo villaggio di Mostazas, in una casa di campagna , nasce il loro primogenito , Menotti Domingo , con un’ammaccatura sulla testa,  ricordo della caduta da cavallo.   

Josè e Anita ora hanno un figlio , ma  mancano di tutto, perfino dei pannolini del piccolo , che avvolgono nel fazzoletto che il padre abitualmente porta al collo.  Garibaldi va a procurarsi viveri e indumenti adatti al piccolo, ma  il primo centro abitato è Settembrina, una località distante qualche centinaio di chilometri. Va  sotto la pioggia  torrenziale , attraverso campagne inondate, con  la volontà disperata di un padre che deve far campare il proprio  figlioletto. Anita rimane sola. La casa viene circondata dagli imperiali, ma ella riesce a eludere l’accerchiamento lanciandosi a cavallo, montando a pelo, seminuda e col neonato di soli dodici giorni  in braccio appena avvolto nel fazzoletto dell’eroe,  rimanendo nascosta nel bosco per quattro giorni al freddo e alla pioggia , alimentandosi con radici e frutti silvestri , mentre lo allatta; finché Garibaldi riesce a rintracciarla. Sono sfiniti. E intorno a loro è uno sfacelo , i soldati  sono allo sbando più completo, ubriachi, incapaci di battersi, disertano, rimangono una quarantina di fedelissimi privi di tutto, col morale sotto i tacchi. Ormai non c’è più scopo di continuare la guerra, dice Anita , guardando il bambino. E lui,  che aveva pensato di combattere per il popolo contro la

tirannia  e il malgoverno ,  ora s’accorgeva che  il popolo  non stava sempre dalla sua parte ,  e che non erano solo i suoi avversari  a conoscere il malgoverno e la tirannia, lui che aveva sperato che questa fosse una guerra nazionale , secondo il desiderio di Mazzini  , ma ora vedeva la nazionalità sperdersi  nelle pampas , e che ne era venuta fuori la solita  guerra civile dove ci si scanna tra fratelli , e perfino gli italiani si trovavano  in  entrambi i campi e s’ammazzavano fra di loro , doveva ammettere che sì, Anita aveva ragione. No,  non era così facile continuare a pensare a se stesso come a un cavaliere errante , con l’inebriante sensazione di stare dalla parte del giusto, del futuro, del progresso. Garibaldi,  pur essendo un sentimentale, un romantico, un don

Chisciotte , non  poteva ingannasi per lungo tempo. Alla fine , come tutti gli idealisti , restava  ferito anche lui dalle lame affilate della dura realtà dei fatti e doveva ammettere che anche questa era una sporca guerra. Nell’aprile del 1841 chiede ed ottiene dal Generale Bento Gonçalves di lasciare l’esercito repubblicano In cambio dei servigi resi alla rivoluzione gli vengono dati 900 capi di bestiame, che lo trasformano in gaucho . Con Anita e il piccolo Menotti, si dirige  verso l’Uruguay, dove c’è una forte comunità italiana , e dopo cinquanta giorni  avventurosi ,con ruberie dei gauchos da lui ingaggiati ,  le piene del Rio Negro , e le malattie delle bestie,  percorrendo più di 600 chilometri , arriva a Montevideo,  con  le sole pelli di circa duecento  animali  da cui ricava appena cento scudi necessari per comprare un vestito per Anita e per sè.  “Nessun comandante rivoluzionario sudamericano  – annota Montanelli -  fu pagato così poco”.

6. Era morbosamente gelosa

A Montevideo , Anita e Josè, regolarizzano  la loro posizione , si sposano nella  chiesa  di San Francesco d’Assisi  il 26 marzo 1842, alla morte (presunta) del precedente marito di Anita, il calzolaio  Duarte . Intanto avevano affittato una modesta casetta: una cucina dal soffitto basso e annerito dal fumo,  due camerette , un terrazzino da cui si vedeva il porto,  e un cortile con un pozzo.  Era tutto ciò che desiderava Anita , indifferente agli agi e alle ricchezze, abituata ad adattarsi a una vita povera e difficile , ma felice di un’esistenza che le permette di ritrovare ogni giorno l’uomo a cui ha dedicato la vita. Ma lo tiene d’occhio , lo conosce bene, sa che è volubile , seduttore, e soprattutto sempre pronto a lasciarsi sedurre.

Anita ora è solo madre e moglie perduta nel tunnel dell’onice , ma il fuoco della famiglia rimane la sua passione, la sua certosina pazienza, il suo tormento, mentre il corsaro  Josè si è trasformato prima in venditore ambulante di casalinghi, con scarso successo,  poi in professore di matematica e di storia e geografia nel collegio diretto da un sacerdote d’origine còrsa, padre Paolo Semidei, ma i guadagni continuano ad essere miseri, tant’è che in casa Garibaldi, allietata dalla nascita di  un’altra bambina , Rosita, nata nel 1843  (successivamente nasceranno , il 22 febbraio 1845,  Teresita e , il 28 marzo 1847, Ricciotti) ,  non ci sono sedie sufficienti  e mancano perfino le candele.

Anita e Josè hanno un solo vestito , e i bambini si coprono alla meno peggio. Ma Anita , nonostante la povertà e l’isolamento dovuto alla sua rozzezza d’estrazione contadina , all ‘analfabetismo, e al fatto che era una brasiliana di lingua portoghese, è ugualmente felice, e si fa in quattro:  fa la madre, la moglie, ma fa anche la sarta , per contribuire al magro bilancio economico.

“Josè, Josè, ora io sono sposa e madre. Non più guerrillera. Nel letto ora siamo   

in quattro , ma siamo una sola cosa, amore, spiga e fuoco. Un solo sangue ci scorre nelle vene , ed è come un fiume. “.

7. Un’altra guerra

L’importante è che il suo Josè sia vicino a lei.  “Affettuosissima , e con l’ amore devoto di una schiava – scrive di lei Jesse White Mario – , pronta a qualsiasi sacrificio per l’uomo adorato, Anita diventa selvaggia , allorché presa dall’incubo della gelosia. Ella non tollerava rivali e quando sospettava di averne una , si presentava al marito con due pistole in mano, una da scaricare contro di lui, l’altra contro il rivale”.

Ora è gelosa di Mary Ausley , la moglie del rappresentante inglese a Montevideo e costringe Josè a  tagliarsi barba e capelli, nel tentativo di renderlo meno attraente.

Ma il timore suo più grande è di vederlo  di nuovo “sposato”  alla guerra, e lei, con tre figli piccoli da allevare, non potrà essergli vicino .E la cosa puntualmente , fatalmente si verifica. Tra Uruguay e Argentina , scoppia la guerra dei fiumi, perché si combatterà prevalentemente sul  Rio della Plata e sul  Parana . E il Capo di Stato uruguaiano , generale Rivera , non dimentica che tra gli oltre cinquemila italiani che sono a Montevideo ( un sesto della popolazione ) , nel suo paese c’è anche il famoso corsaro Giuseppe Garibaldi che ha combattuto per la repubblica riograndese. Gli offre il grado di colonnello e il comando della flotta , o meglio di quel che rimane della flotta , che è stata sbaragliata da quella argentina, comandata dal famoso ammiraglio Brown, un irlandese che era stato allievo di Nelson. E il guerriero italiano non può sottrarsi, in  nome dei loro comuni ideali, per l’Italia , per l’umanità  (il dittatore  argentino Rosas è un bieco tiranno, spalleggiato dal traditore uruguaiano, generale Oribe) . In realtà , il Nizzardo non vede l’ora di tornare  combattere  dopo quei mesi di vita mediocre, dopo quel pantano di monotonia in cui speranza, passione, consapevolezza di sé si spezzettano in umili tentavi di sbarcare il lunario , o vengono soffocate dai  piagnistei di un bambino , o di una donna, sia pure la sua moglie ex guerriera. …E  poi  Montevideo , la città in cui vivre ,  è sotto assedio, un assedio che durerà oltre otto anni , e che farà parlare Alexander Dumas di “Nuova Troia”, “una lotta che servirà d’esempio alle generazioni venture di tutti i popoli che non vorranno soggiacere alle prepotenze”, e farà assurgere l’eroe biondo italiano a emblema , mito del coraggio e della libertà dei popoli,  difensore dei deboli e degli oppressi . Grazie anche all’abile penna del romanziere francese, il personaggio Garibaldi diventerà presto famoso in tutta l’Europa.

In effetti, i resti della flotta  uruguaiana  fatta a pezzi da Brown sono formati da  quattro navi malmesse , e l’impresa appare subito disperata,  impossibile, ma sono queste le situazioni che Garibaldi predilige, e ne darà ampia dimostrazione  ottenendo l’ammirazione e il rispetto dello stesso ammiraglio Brown e di un giovane ufficiale , Bartolomeo Mitre, che combatteva in campo avverso, e che diverrà prima generale e poi presidente della Repubblica Argentina: “Lo vidi la prima volta al ritorno dal Rio Grande , dove aveva lasciato una fama romanzesca per il suo coraggio e per la sua elevazione morale. Lo sentii cantare l’inno della Giovine Italia con voce dolce e vibrante. Poi lo rividi in piedi sulla poppa della sua navicella armata, tranquillo , dominatore come il genio della battaglia, e mi sembrò che gli uomini e le imbarcazioni obbedissero all’impulso della sua volontà . E  compresi il suo potere d’attrazione in mezzo al pericolo…Garibaldi sotto un’apparenza modesta  e pacifica celava un genio ardente  e una mente popolata di sogni grandiosi…L’impressione che ne ricevetti fu  di una mente e di un cuore non equilibrati fra di loro , di un’anima infiammata  da un fuoco sacro, votata alla grandezza e al sacrificio . Ne trassi la persuasione che era un vero eroe in carne e ossa , con un ideale sublime , con teorie di libertà esagerate e mal digerite , in possesso tuttavia di elementi  per eseguire grandi cose…”

8. La morte di Rosita

Ci aveva visto giusto.  Ma la sorte di Montevideo non è  in gioco sul mare, o sui fiumi . La lotta essenziale ha luogo a terra e anche in  questo campo Garibaldi, diventerà – anche grazie alla  stampa europea e degli Stati Uniti, – una figura eroica. In quel tempo , tutti gli abitanti di Montevideo , assediata, si erano impegnati nella lotta, avevano patito la fame, la sete, la carestia , erano stati colpiti da malattie infettive e soprattutto i più deboli, gli anziani e i bambini erano morti. Tra questi , anche la a piccola Rosita . Aveva a poco più di due anni d’età ed era morta  a seguito di un’epidemia di scarlattina. Anita era impazzita di dolore , aveva delirato per giorni e giorni , fino al punto in cui Josè aveva dovuto portarla con sé, in guerra, per starle vicino in qualche modo. Anita ora fa l’infermiera di campo, curai e assiste i feriti , ma continua ad essere in preda a una grande depressione per la scomparsa della piccola Rosita.

 Partecipa alla famosa battaglia di  San Antonio del Salto  dove Garibaldi , con soli 190 uomini , sconfigge 1.500 avversari del generale Oribe  . Ma è l’ultima volta . Torna ben presto a occuparsi dei suoi figli nell’umile casetta di Montevideo, oggi  divenuta museo, soffrendo privazioni di ogni genere. Nel giugno del 1847 Garibaldi è addirittura nominato comandante generale di tutte le forze di difesa di Montevideo,  ma si dimette quasi subito dalla carica  e – spinto dalle notizie incoraggianti che arrivano dalla penisola- decide di tornare  in Italia , dopo aver rifiutato  una grande estensione di terra, con relative case e bestiame, che il Presidente Fruttuoso Rivera gli aveva offerto in dono per i rilevanti servizi prestati a favore della Repubblica d’Uruguay.

  

9. Ritorno in Italia

Anita si imbarca qualche mese prima di lui, il 27 dicembre 1847, insieme ai suoi figli Menotti, Teresita e Ricciotti , accompagnata da un giovane ufficiale della Legione Italiana di Montevideo, Medici ,  e sbarca a Genova. Poi raggiunge Nizza  , e va a vivere con la madre di Garibaldi,  con cui non avrà un buon rapporto.  Donna Rosa è una fervente cattolica praticante, la guarda con sospetto , perché sa del precedente matrimonio della “brasiliana” , e non è del tutto convinta che lei sia vedova.  Anita per diversi mesi convive malissimo con quella suocera diffidente e ostile e  se non fosse per i bambini  se ne tornerebbe  in Brasile . Ma aspetta con ansia il suo  Josè , che è partito in aprile del 1848 con la nave “Speranza” insieme a 61 legionari italiani . Garibaldi, dopo varie peripezie  in un Europa infiammata dalle  rivoluzioni ( il  1848 è  l’anno delle barricate. Si spara  a Parigi, Vienna, Berlino, Amsterdam,

Budapest, Bruxelles, Milano, Napoli, Palermo, ovunque si chiede , e si pretende con ogni mezzo la libertà  e l’indipendenza) , accolto trionfalmente ,  approda a Nizza  il 21 giugno 1848  e ricomincia subito a combattere, inevitabilmente , irrevocabilmente “sposato” alla guerra. Va a  Firenze , Bologna, Ravenna , poi sul lago Maggiore , infine viene chiamato a Roma, dove è caduto il Papa e si è instaurata la Repubblica con il  triumvirato Mazzini-Saffi- Armellini. Siamo alla  fine  del quarantotto, e Garibaldi entra a Roma con la sua pittoresca legione fatta di “uomini – scrive lo scultore inglese Gibson – abbronzati dal sole, coi capelli lunghi e arruffati , e i cappelli conici ornati  da piume nere e ondeggianti, coi visi allampanati bianchi di polvere e incorniciati da barba incolta, con le gambe nude , che si accalcano intorno al loro capo, che, montato su un cavallo bianco, era perfettamente statuario nella sua bellezza virile”. I garibaldini , dirà Pisacane, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, “sono una massa di briganti “. In effetti nella legione regnano confusione , indisciplina e rissosità, ma quando si tratta di battersi nessuno degli altri contingenti  ( i bersaglieri di Luciano Manara , i “borboni”  di Pisacane, i “pontifici”  di Roselli) lo sa fare meglio delle “camice rosse”.

Garibaldi , afflitto da reumatismi , che lo tormenteranno per tutta la vita,  portato a spalla dal suo attendente , il gigantesco negro Aguilar ,  che va in giro con una lancia dipinta di rosso, viene raggiunto dalla moglie, il 15 marzo 1949 subito dopo la proclamazione ufficiale ndella Repubblica Romana. Anita rimane qualche settimana  con il suo  Josè, lo assiste, lo cura, lo rianima, ci fa l’amore , e concepisce il quinto figlio,  ma quando il generale si riprende le intima di tornare a Nizza, dai figli. E lei stavolta obbedisce.  Intanto il corpo dei garibaldini si è allargato, gli uomini, studenti, borghesi, ragazzi giovanissimi  provenienti da ogni parte d’Italia, sono arrivati ad essere circa un migliaio.

Ma le cose, a Roma,  si complicano. Dopo l’appello di  Pio IX alle potenze cattoliche per il ricupero del potere temporale, tutti , Austria, Francia, Spagna , Napoli , il Granducato di Toscana , inviano uomini e armi  a Roma . Alla fine se ne conteranno ottantaseimila , ordinati e ben equipaggiati, contro i complesivi circa 20mila  volontari degli eserciti della Repubblica, sparsi nel vasto territorio dello Stato Pontificio  , per lo più   raccogliticci e  senza nessuna esperienza di  guerra, tranne i veterani di Garibaldi . A Roma ce ne sono  circa la metà, compresi i bersaglieri lombardi di Luciano Manara. Siamo uno a otto,  o uno a nove, situazioni in cui Garibaldi si è venuto a trovare nel passato, ma ora è diverso. Roma non è Montevideo , e le possibili entrate in città sono infinite, impossibili da presidiare.  I primi ad intervenire sono  i francesi comandati dal generale  Oudinot , che il 30 aprile 1849  sferrano l’attacco verso  il Granicolo e Villa Sciarra.  Sono più di 30mila uomini muniti di numerose batterie d’artiglieria , un parco d’assedio vasto , e validi reparti del genio. La lotta è dura, feroce, spietata, impari. Ma il solito Garibaldi non molla di un centimetro , ed è l’unico, con le sue leggendarie camice rosse di Montevideo, che riesce a battere i francesi, che nel frattempo si sono impadroniti di Villa Pamphili. 

La situazione precipita  rapidamente , Mazzini lo chiama, gli chiede un’opinione confidenziale sul da farsi , lui risponde: “ Giacchè mi chiedete ciò che io voglio, ve lo dirò: qui io non posso esistere per il bene della Repubblica che in due modi: o dittatore il limitatissimo , o milite semplice. Scegliete”. E’ evidente che ci sono stati dei contrasti con il Comandante in capo dell’esercito, il  generale Roselli, , un romano, ex ufficiale del genio dell’esercito pontificio, che non ha nessuna esperienza di questo tipo di guerra, ma anche con Carlo Pisacane , ex ufficiale borbonico, che non fa mistero del suo disprezzo per gli uomini comandati da Garibaldi.

Il dilemma rimane irrisolto. Garibaldi continua a battersi come un leone,  con episodi di  grande eroismo , ma non gli viene concesso di adottare i suoi metodi da guerrillero sudamericano,  ( come ad esempio inseguire l’esercito francese in rotta, dopo la prima battaglia sul Gianicolo : “Noi avremmo potuto , profittando della sua debolezza e della sua paura, ricacciarlo in mare”) , che lo hanno portato nel passato a combattere e vincere anche in situazioni più disperate di queste. Ma ormai non c’è più nulla da fare, i capisaldi della resistenza, il Vascello, San Pancrazio , Villa Spada,  sono caduti, schiacciato da forze infinitamente superiori  non ha più scampo, l’unica via che gli rimane è la fuga. 

 

10. La morte di Anita

E’ in  questa situazione di estremo caos , con i francesi che bombardano Villa Spada,  che  viene di nuovo raggiunto da Anita.  E’ il 26 gugno 1849 e Anita ha  viaggiato per mare fino a Livorno, proseguendo per Roma in carrozza, nonostante sia incinta di quattro mesi. Dentro di sé ha deciso che  non avrebbe mai più lasciato il marito, unica sua ragione di vita. E a nulla valgono  le insistenze  di Josè affinché si metta in salvo, perché Roma sta per essere presa dai francesi . ma lei non lo fa neppure finire di parlare che  eccola già vestita da uomo, con in capelli tagliati , in uniforme da ufficiale dei legionari , pronta a partire , insieme a lui,  coi volontari  garibaldini. Eccola , come ai bei tempi, cavalcare nell’avanguardia, al fianco del suo Josè. Eccola, con l’abituale fierezza di amazzone ,  gridare il suo disprezzo ai codardi che sbandano  per l’attacco di pattuglie austriache alle porte di San Marino .Ma in realtà Anita soffre terribilmente gli infiniti disagi di questa affannosa fuga. Viene colpita da una forte febbre, deperisce, s’indebolisce rapidamente. Ma Garibaldi rifiuta di arrendersi agli

austriaci,  vuole raggiungere a tutti i costi Venezia, che ancora resiste ( capitolerà  il 22 agosto 1849), e supplica Anita di rimanere in quella ospitale terra di rifugio. Tornerà a prenderla quanto prima. Ma Anita non ne vuole sapere: “ Tu vuoi lasciarmi”, gli dice.  E’ sola, in terra straniera, di cui parla a mala pena la lingua, non ha più nemmeno il conforto degli amici venuti  con lei dall’Uruguay, tutti morti, o in marcia con Garibaldi.  I fuggiaschi proseguono la marcia attraverso sentieri poco battuti, qualcuno si ritira, altri si sperdono. Anita è consumata , divorata dalla febbre, soffre la sete, si ristora con un melone, frutto di stagione. A Musano,  nella casa parrocchiale, riposa col marito. ( faranno riconsacrare la chiesa, contaminata dal nemico numero uno del papato), arrivano a Cesenatico, porto di pescatori , dove Garibaldi , con Anita, sempre più grave ,  s’imbarca su un bragozzo per raggiungere Venezia, seguito dagli altri fuggiaschi . Navigano tutta la giornata ,

seguendo da lontano la costa. Ma a Goro , a ottanta chilometri da Venezia, la flottiglia dei bragozzi viene avvistata da un brigantino austriaco , che spara due cannonate intimorendo i  pescatori . Che si arrendono. Ma prima fanno in tempo a sbarcare i passeggeri non graditi. Garibaldi prende tra le braccia Anita , scende nell’acqua fino all’altezza del petto, e raggiunge la spiaggia percorrendo 400 metri a guado, saluta i compagni, don Bassi, il cappellano dei garibaldini, Giovanni Livraghi, tornato in Italia con lui sulla “Speranza” da Montevideo, Angelo Brunetti, capopopolo romano detto Ciceruacchio , coi figli Luigi e Lorenzo rispettivamente di sedici e tredici anni. Saranno tutti fucilati dagli austriaci.

Rimane con  il solo Leggero , al secolo il maddalenino Giovan Battista Coliolo, uno dei reduci di Montevideo, che si mette in contatto con il colonnello Nino Bonnet , i cui fratelli hanno combattuto e sono caduti nella difesa  di Roma. Bonnet gli fornisce abiti e lo aiuta nella fuga, una penosa marcia di ore su un terreno difficile. Gli dice che lo può mettere  in salvo  verso la Toscana e gli impone di separarsi da Anita, che ,adagiata su un carro trainato da buoi, sembra ormai agli estremi.  Bonnet dà a Garibaldi un suo abito , è sera, viene una barca a prelevarlo, per condurlo attraverso la laguna. Ma Anita  si attacca  al marito. Non vuole rimanere sola. Garibaldi guarda Bonnet : “ Voi non potete neppure lontanamente immaginare quanti e quali servigi mi abbia reso questa donna…quale e quanta tenerezza ella nutra per me! Io ho verso di lei un immenso debito di riconoscenza e d’amore…Lasciate che mi segua!”

Ma ormai si è troppo ritardati l’imbarco e tutto si complica. I barcaioli , insospettiti e timorosi della rappresaglia austriaca lasciano i passeggeri a metà strada , ma non li denunziano. Bonnet ottiene la cooperazione dei barcaioli più coraggiosi, si rimettono in moto, dopo cinque ore raggiungono la Chiavica di Mezzo, sull’argine sinistro del Po. E’ mezzogiorno del 4 agosto 1849 , e Anita è ormai in agonia.  E’ impossibile continuare a trasportarla. Avvisato, accorre , con un biroccio, Battista Manelli, un patriota conosciuto da Garibaldi. Anita viene adagiata su un materasso e dei cuscini. E’ morente. Il biroccino procede

lentamente , come un carro funebre, sotto il sole cocente del pomeriggio di agosto. Garibaldi segue Anita a piedi e terge con un fazzoletto una spuma bianca che esce dalle labbra della moglie agonizzante. A sera, alle Mandriole, poco distante da Ravenna , alla fattoria Ravaglia, li attende un medico. In quattro prendono il materasso dagli angoli, trasportano Anita nella camera da letto dei Ravaglia.

“Nel posare la mia donna in letto, scoprii sul suo volto la fisionomia della morte . Le presi il polso…più non batteva! Avevo davanti a me la madre dei miei figli ch’iom tanto amavo ! Cadavere!”

E’ una morte misera, quella di Anita, come misera è stata la sua vita. Muore su un carretto , o su un letto altrui, vestita di panni regalati per carità, muore

lontano dalla patria e dalla famiglia. Ha lasciato tutto e tutti , anche i figli, (li ha raccomandandoti al padre negli ultimi momenti di lucidità) per stare fino alla fine vicino al suo uomo , sua sola ragione di vita e l’ unico conforto è stato quello di averlo avuto  accanto nei momenti estremi.

Ora il suo Josè piange la sua fanciulla dinamitarda, ed è un pianto senza fine. Anita non si sveglierà più, non aprirà più gli occhi , non si aggirerà più come un sole insonne nella notte nera e bianca  in cerca del suo Josè; ora la memoria

Brucia, è fatta di lacrime salate, è nube, pioggia, neve ardente, ormai i fiumi del suo corpo  sono essiccati, i paesaggi nei suoi occhi dissolti, l’acqua e l’aria dei suoi pensieri dissolti. Tutte le cose d’intorno soffrono , anche l’erba e gli insetti ostinati si fermano.  E già s’innalzano muri di pietra nella memoria. .

Ma deve andare, è braccato, non può sostare.

“Poveraccio – diranno i fratelli Ravaglia -  , era già uscito, quanto rientra , va verso la fredda salma , vi sin getta sopra con tutta l’anima, e si scioglie nuovamente in amarissimo pianto. Le toglie la sopravveste , i sandali, un fazzoletto e un anello e me li porge. No, teneteli voi, generale, è giusto così, diciamo mio fratello ed  io. E poi che non può aspettare oltre.  Deve andare . E’ sfinito. Mi   chiede un tozzo di pane. E mi dice di dare sepoltura cristiana alla salma , che sia portata a Ravenna e le si facciano solenni funerali. Si è scordato che è massone , ed ateo, e che non ha in tasca neppure una moneta per pagare il biroccio che ha portato  Anita….La sera stessa di quel giorno, 4 agosto 1849, avvolgemmo la salma in un lenzuolo , scavammo di  fretta una fossa poco profonda in un terreno incolto , a circa un chilometro dalla fattoria , e vi deponemmo il cadavere , coprendolo con un po’ di terra.”

Sei giorni dopo una ragazza giocando nei paraggi di quella tomba, vede sporgere dalla sabbia una mano e un avambraccio rosicchiati dalle bestie. Vengono avvertiti i gendarmi, il cadavere è dissotterrato , esaminato e sezionato dal medico legale. Viene riconosciuto per quello della “ donna che  accompagnava Garibaldi” e sepolto di nuovo  in un vero cimitero, grazie alla pietà di un povero parroco locale, don Francesco Bozzacchi, che ricompone i resti di Anita , in avanzata decomposizione, e celebra un funerale religioso. 

Nel 1859 le spoglie di Anita sono per volontà di Garibaldi trasportate a Nizza; oggi riposano tumulate nel monumento innalzatole sul Gianicolo il 30 maggio del  1932  e inaugurato da Benito Mussolini con queste parole: “Anita , Madonna laica del nostro Risorgimento, simbolo del coraggio femminile che nessun altra donna  italiana seppe eguagliare ,  conciliò sempre  durante la rapida avventurosa sua vita  i doveri della madre e della combattente intrepida al fianco di Garibaldi”.

Certamente Ana Maria de Jesus Ribeiro, possedeva un fascino ed un carattere davvero eccezionali per la sua epoca, e forse per ogni epoca. Ma Anita – dice Montanelli -  non era Giovanna d’Arco , e non  capi mai gli ideali del marito , tuttavia li condivise sempre fino in fondo , fino a morirne , ritenendoli

sacrosanti perché tali lui li riteneva . “Anita si sacrificò e morì per suo marito , – scrive Mino Milani , uno dei garibaldinologi più noti  -  e il suo unico ideale fu la famiglia, o  più precisamente l’amore coniugale , e va riconosciuto che si tratta di valori oggi desueti.”

Tu gridi come ad un uomo  cui sia morta la  moglie, come un dio che ha perduto la sua razza, – dice don Giovanni Verità a Garibaldi, mentre lo accompagna lungo la strada di Modigliana per l’attraversamento degli  Appennini , – ma già domani griderei di meno. Perché sarai libero e rivedrai il mare che è stato il tuo primo amico , e sarà anche l’ultimo.

Fu profetico in tutto, questo prete carbonaro.  E l’eroe  gli donò la cosa più preziosa che avesse: l’anello nuziale di Anita, la più perfetta delle creature.

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2 pensieri su “ritratti dipersonaggi famosi: letterati, storici, politici

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