Immedesimarsi in un oggetto: la lezione linguistica di Francis Ponge

 

“È con facilità che vorrei si entrasse in ciò
che scrivo. Che ci si trovasse a proprio agio.
Che si trovasse tutto semplice. E però che
tutto fosse nuovo, inaudito: illuminato
con naturalezza, un nuovo mattino.
Francis Ponge”

Il linguaggio non è materia amorfa tra le mani dello scrittore, il linguaggio è immedesimazione, aderenza alle cose,  alla natura della  visione del mondo rappresentato. Il poeta Francis Ponge  si immedesima nelle cose a tal punto da diventare un catalogatore della loro diversità ed uscire da  sa se stesso per provare com’è ‘ essere cosa’. La sua descrizione infatti non è caratterizzata da attributi freddi, neutri, oggettivi, ma da metafore, salti visionari, animazioni di esseri viventi. La facilità a cui il poeta fa riferimento si percepisce facilmente: tutti sanno cosa sono una porta, una candela,un albero, la lumaca o una conchiglia ma la rappresentazione linguistica sorgiva di cui fa uso il poeta le investono di un senso nuovo intimo e universale al tempo stesso.  Senza discostarsi dalla descrizione strettamente inerente all’oggetto Ponge apre universi di senso che lo ‘illuminano’, così mentre descrive la candela si affacciano sulla scena le farfalle, la luna, i boschi, il libro e il lettore, che restano sullo sfondo eppure in un attimo sono evocati come riflessi del suo chiarore. Le metafore sono le ancelle di questo linguaggio evocativo di rinvio’ la crosta del pane come una catena di montagne’ e ‘la mollica come una spugna’.

Dominare il linguaggio facendolo aderire strettamente ad una cosa specifica attorno a cui concentrare l’attenzione e trarne l’essenza è l’operazione di questa poesia

 La candela

La notte a volte ravviva una pianta singolare il cui bagliore scompone le camere ammobiliate in cespugli d’ombra
La sua foglia d’ora si regge impassibile nel cavo di una colonnetta di alabastro, attraverso un peduncolo nerissimo.
Le farfalle povere la assalgono preferendola alla luna troppo alta, che vaporizza i boschi. Ma subito bruciate o sfinite bella battaglia, tutte fremono sull’orlo di una frenesia vicina allo stupore.
Intanto la candela, con il vacillare dei chiarori sul libro nel brusco sprigionarsi dei fumi originari, incoraggia il lettore – poi si inclina sul suo piatto, e affoga nel suo alimento.

Gli alberi si disfano
all’interno di una sfera
di nebbia

Nella nebbia che circonda gli alberi, le foglie sono loro sottratte e queste, sconcertate da una lenta ossidazione, e mortificate dal ritirarsi della linfa a vantaggio di fiori e frutti, fin dalle grandi calure di agosto già erano meno attaccate ad essi.
Nella scorza si scavano canaletti verticali attraverso cui l’umidità del suolo è portata a disinteressarsi alle parti vive del tronco.
I fiori sono dispersi, i frutti vengono deposti. Dalla più tenera età, rassegnare qualità vive e parte dei loro corpi è diventato per gli alberi un esercizio familiare.

Il pane

La superficie del pane è meravigliosa prima di tutto per l’impressione quasi panoramica che dà: come se si avesse a disposizione, sotto mano, le Alpi, il Tauro o la Cordigliera delle Ande.
Così dunque una massa amorfa in stato di eruzione fu introdotta per noi nel forno stellare, dove indurendo si è foggiata in valli, creste, ondulazioni, crepe… E tutti quei piani subito così nettamente articolati, quelle lastre sottili dove la luce allunga con cura i suoi fuochi, – senza uno sguardo per l’ignobile mollezza sottostante.
Quel flaccido e freddo sottosuolo che chiamano mollica ha il tessuto simile a quello delle spugne: foglie o fiori vi stanno come sorelle siamesi saldate gomito a gomito tutte assieme. Quando il pane si rafferma i fiori appassiscono e si restringono: si staccano allora gli uni dagli altri, e la massa si fa friabile…
Ma rompiamola: nella nostra bocca infatti il pane deve essere piuttosto oggetto di consumo che di riverenza.

Il ciclo delle stagioni

Stanchi di essersi contratti per tutto l’inverno, gli alberi all’improvviso si lusingano dell’essere ingannati. Non ce la fanno più: lasciano andare le parole, un flusso, un vomito di verde. Cercano di raggiungere un infogliamento completo di parole. Tanto peggio! Tutto si metterà in ordine come potrà! Ma, in realtà, si mette in ordine! Nessuna libertà nell’infogliarsi… Lanciano, perlomeno lo credono, parole qualsiasi, lanciano gambi per appendervi ancora parole; i nostri tronchi, pensano, ci stanno per assumersi tutto. Cercando di nascondersi, di confondersi gli uni negli altri. Credono di poter dire tutto, poter ricoprire il mondo interno con parole variegate: non dicono altro che “gli alberi”: neanche capaci di trattenere gli uccelli che se ne volano via, mentre essi si rallegravano di aver prodotto fiori così strani. Sempre la stessa foglia, sempre lo stesso modo di spiegarsi, e lo stesso limite, sempre foglie simmetriche a se stesse, simmetricamente sospese! Tenta, ancora una foglia! – La stessa! Ancora un’altra! La stessa! Niente insomma che possa fermarli se non improvvisamente questa riflessione: “Non si esce dagli alberi con mezzi di alberi”. Una nuova stanchezza, un nuovo capovolgimento morale. “Lasciamo che tutto ingiallisca, e cada. Venga lo stato taciturno, lo spoglio, l’AUTUNNO”.

Il pezzo di carne

Ogni pezzo di carne è una specie di fabbrica, mulini e frantoi per il sangue.
Tubature, altiforni, vasche vi coabitano con i magli, con i cuscini di grasso.
Il vapore vi sorge, bollente. Fuochi cupi o chiari avvampano.
Ruscelli a cielo aperto trascinano scorie con il fiele.

E tutto ciò si raffredda lentamente verso la notte, verso la morte.
Avvengono subito, se non la ruggine, per lo meno altre reazioni chimiche, che emanano odori pestilenziali.

Questi testi di Francis Ponge sono tratti da: Francis Ponge, Il partito preso delle cose, trad. di J. Risset, Einaudi, 1979.

per approfondimenti

http://www.oblique.it/manifesto_ponge.html

 
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