La metafora di invenzione

 

. LA METAFORA DI INVENZIONE

Contrariamente alla metafora ‘d’uso’ la metafora di invenzione non ha un significato univoco attraverso questa figura retorica il poeta riesce a nutrire la sua poesia di allusioni e la contorna di significati emblematici che i lettori devono interpretare.

Esempio

SOLITUDINE

Ma le mie urla

feriscono

come fulmini

la campana fioca

del cielo

Sprofondano

Impaurite

(G. Ungaretti, Solitudine)

 

La metafora campana fioca del cielo è di tipo nominale formata dal paragone tra i due sostantivi campana e cielo. Che rapporto c’ è tra il cielo e la campana a livello di uguaglianza? In questo caso è sottintesa un’azione:quella di attenuare il suono, il rumore. Tuttavia, il legame tra le due parole è talmente forte da superare il concetto stesso di somiglianza, nel senso che i due termini considerati isolatamente non sono in grado di restituire il significato che il poeta ha voluto attribuire loro. Inoltre, questa metafora si lega anche alle parole urla e fulmini (una similitudine) che sono il soggetto del significato sprigionato dalla metafora.

Come abbiamo visto la metafora poetica è innovatrice, scopre ed inventa relazioni inesplorate, paradossali e all’apparenza impossibili. Quindi il rapporto trai due termini non si basa solo sulla somiglianza, perché questa somiglianza può non esistere già decodificata, non è un semplice processo di sostituzione.

 

PER ESERCITARSI

 

Seguendo l’esempio proposto spiega il significato delle metafore indicate nei versi precedenti.

 

  • “…e prego anch’io nel tuo porto quiete…”

(U. Foscolo, In morte del fratello Giovanni,) ;

porto=morte, il porto come approdo, punto di arrivo stabile e sicuro che segue un viaggio.

 

- “Nonno, l’argento della tua canizie

rifulge nella luce dei sentieri:

passi tra i fichi, tra i susini e i peri

con nelle mani un cesto di primizie:”

(G. Gozzano, Nonno, l’argento delle tue canizie);

 

à “Scorre intanto
il fiume del mio sangue vermiglio
alla sua foce:”

(Ada Negri, il Dono);

- “…Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
in cosìverde etate! Ahi, per la via…”
(G. Leopardi,La sera del dì di festa);

 

- “Torno bambina: ho la treccia al dorso, asciutte
gambe di capriola, occhi ridenti
pieni d’aprile:”
(Da Ada Negri, La campanella);

 

-“Aspro amore, viola coronata di spine,
cespuglio tra tante passioni irto,
lancia dei dolori, corolla della collera
,
per che strade e come ti dirigesti alla mia anima?”

( Pablo Neruda, Aspro amore);

 

- “…Tu fior de la mia pianta
percossa e inaridita,
tu de l’inutil vita
estremo unico fior,…”
(G. Carducci,Pianto antico);

 

- “Forse la giovinezza è solo questo
perenne amare i sensi e non pentirsi”

( S. Penna, Forse);

 

- “…Si devono aprire le stelle
nel cielo sì tenero e vivo…”
(G. Pascoli, La mia sera);

Che cos’è l’erba?

Mi chiese un bambino portandomene a piene mani;

come potevo rispondergli?
Non so meglio di lui che cosa sia.
Suppongo che sia lo stendardo della mia vocazione,
fatto col verde tessuto della speranza.
O forse è il fazzoletto del Signore,
un ricordo profumato lasciato cadere di proposito,
con la cifra del proprietario in un angolo
sicché possiamo vederla e domandarci di chi può essere?
O forse l’erba stessa è un bambino,
il bimbo generato dalla vegetazione.
O un geroglifico uniforme che voglia dire,
crescendo tanto in ampi spazi che in strette fasce di terra,
fra bianchi e gente di colore, Canachi, Virginiani,
Membri del Congresso, gente comune,
io do loro la stessa cosa e li accolgo nello stesso modo.

(W. Whitman, Che cos’è l’erba)

- La pace che sgorga dal cuore
e a volte diventa sangue,
il tuo amore
che a volte mi tocca
e poi diventa tragedia
la morte qui sulle mie spalle,
come un bambino pieno di fame
che chiede luce e cammina.
Far camminare un bimbo è cosa semplice,
tremendo è portare gli uomini
verso la pace,
essi accontentano la morte
per ogni dove,
come fosse una bocca da sfamare.
Ma tu maestro che ascolti
i palpiti di tanti soldati,
sai che le bocche della morte
sono di cartapesta,
più sinuosi dei dolci
le labbra intoccabili
della donna che t’ama.

(A . Merini, La pace)

 

 

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