Crea sito
feb
01
2012

Il racconto di fanatsmi 3

Il bambino protagonista della storia  Pit pat, pit pat di cui propongo la lettura è un fantasma invisibile agli occhi degli adulti che possono soltanto udirne il pianto. L’ambientazione tipicamente misteriosa accresce il senso di ignoto che avvolge gli altri personaggi della vicenda. La caratterizzazione del personaggio fantasma è particolarmente tragica. Generalmente i fantasmi sono creature che hanno vissuto un’esperienza tragica che ha lasciato loro un conto in sospeso con la vita.

ESERCIZIO

Prendendo spunto da questo racconto prova a delineare un personaggio fantasma che ha avuto una vita sfortunata, segnata da una particolare vicenda che anche dopo la morte non gli permette di trovare pace.

Agatha Christie

 

“Pit pat, pit pat

Nessuno parlava di quella casa come di «una casa infestata»; tuttavia

era rimasta, per anni, nell’albo dei VENDESI o AFFITTASI.

La signora Lancaster guardò la casa con aria d’approvazione mentre

l’agente immobiliare, ben lieto di potersene sbarazzare, apriva la

porta e inondava la cliente di informazioni e commenti elogiativi.

«Ma da quanto tempo è vuota?», tagliò corto la signora Lancaster.

Il signor Raddish, l’agente immobiliare, si fece un pochino confuso:

«E… ehm… da un po’ di tempo».

«Questo lo capisco anch’io», osservò seccamente la signora Lancaster.

L’ingresso, scarsamente illuminato, era gelido, gelido in modo quasi

sinistro. Una donna con più immaginazione sarebbe rabbrividita,

ma la signora Lancaster era una persona pratica.

Ispezionò la casa dall’attico alla cantina, facendo di quando in quando

una domanda pertinente. Finita l’ispezione tornò in una delle

stanze frontali (quelle che davano sulla piazza) e squadrò l’agente

con aria risoluta.

«Cosa c’è che non va, qui dentro?»

Il signor Raddish fu colto di sorpresa.

«Beh una casa senza mobili è sempre un po’ triste», tentò di parare.

«Sciocchezze», ribatté la Lancaster. «L’affitto che chiede è ridicolo,

per una casa del genere. Puramente simbolico. Quindi, dev’esserci

una ragione. La casa è infestata?»

Il signor Raddish trasalì, ma non disse niente.

La signora Lancaster lo fissò in modo penetrante. Dopo qualche

istante parlò di nuovo.

«Naturalmente io non credo ai fantasmi e alle baggianate del genere,

quindi se il motivo per cui la casa è rimasta sfitta è questo, non

m’importa affatto. Mi dica però che cosa infesta esattamente questo

posto. C’è stato un assassinio?»

«Oh, no!», protestò il signor Raddish, sconvolto. «Si tratta solo…

solo di un bambino.»

«Un bambino?»

«Sì. Non conosco la storia in tutti i particolari», continuò riluttante

l’agente immobiliare. «E inoltre esistono parecchie varianti. Comunque,

circa trent’anni fa un uomo di nome Williams prese in affitto

questa casa. Non si sapeva niente di lui, e non aveva servitori; non

aveva amici e nelle ore diurne usciva raramente. Aveva però un

bambino, un ragazzetto che si supponeva fosse suo figlio. Dopo un

paio di mesi si recò a Londra, ma aveva appena messo piede nella

metropoli che fu riconosciuto come l’autore di un misterioso crimine.

Doveva trattarsi di qualcosa di grave, perché piuttosto che consegnarsi

alla polizia l’uomo si sparò. Nel frattempo il bambino continuò

a vivere in questa casa, dalla quale non si era mai mosso. Per

un po’ il cibo gli fu sufficiente, ed egli si limitò ad aspettare giorno

dopo giorno l’arrivo del padre. Per sua sfortuna questi gli aveva ordinato

di non uscire per nessuna ragione e di non rivolgere la parola

a sconosciuti. Era un bambino piccolo, debole, fragile, e non si sarebbe

mai sognato di disobbedire all’ordine. Di notte i vicini, ignari

della partenza del padre, lo sentivano piangere e lamentarsi nella

spaventosa desolazione della casa vuota. Alla fine il bimbo morì

d’inedia.»

«E sarebbe il fantasma del bambino, quello che infesta la casa?»,

chiese la signora Lancaster.

«Non c’è niente di fondato, mi creda», si affrettò a rassicurarla

Raddish. «Nessuno ha mai visto niente. I sostenitori di questa storia

dicono di aver sentito, è ridicolo, un bambino che piange e si

lamenta.»

La signora si diresse alla porta d’ingresso.

«La casa mi piace», annunciò. «Per un prezzo simile non troverò

niente di così adatto. Ci penserò e le darò la risposta.»

«È molto accogliente, vero, papà?»

La signora Lancaster dette un’occhiata di approvazione alla nuova

casa. Tappeti dai colori vivaci, mobili lucidi, suppellettili e ninnoli

avevano trasformato il lugubre aspetto della casa.

«Certo», rispose il vecchietto con un sorriso. «A nessuno verrebbe

in mente che è una casa infestata.»

«Papà, non dire sciocchezze! È il nostro primo giorno qui! E per favore

», disse la signora Lancaster, «non dire una parola davanti a

Geoff. È così impressionabile!»

Geoff era il figlio della signora Lancaster, e con il nonno e la mamma

completava la famiglia.

La pioggia cominciava a battere contro i vetri: pit-pat, pit-pat.

«Senti», disse il vecchietto. «Non sembrano piedini?»

«Sembra più che altro pioggia», rispose lei con un sorriso.

«Ma questo, questo è un rumore di passi!», gridò il padre, piegandosi

per ascoltare meglio.

La signora scoppiò a ridere di cuore.

Anche suo padre si mise a ridere. Stavano prendendo il tè in sala, e

lui sedeva con le spalle alla scala. Ora si voltò e vide il nipote, il piccolo

Geoff, che scendeva con circospezione, affascinato e al tempo

stesso intimidito dalla casa nuova.

Il bambino attraversò la sala e si fermò accanto a sua madre. Il non-

no trasalì, perché aveva udito distintamente un altro paio di piedini

sulle scale, come se qualcuno seguisse Geoffrey. Piedini che si trascinavano,

che facevano fatica… Scrollò le spalle, incredulo. «La

pioggia, non c’è dubbio», pensò fra sé.

«Vorrei un pasticcino», disse Geoff.

La madre si affrettò a esaudire la richiesta.

«Ebbene, ragazzo, che te ne pare della casa nuova?»

«Mi piace un sacco», rispose Geoffrey con la bocca piena.

Fatto sparire l’ultimo dolce dalla coppa riprese a parlare.

«Mamma, Jane dice che c’è una soffitta, qui. Posso esplorarla? Troverò

una porta segreta, vero? Jane dice che non c’è, ma invece c’è; e

le condutture dell’acqua, che bellezza, le vedrò e mi metterò a giocare!

E la caldaia? Posso vedere la caldaia?»

«Andremo in soffitta domani, caro», disse la signora Lancaster.

«Perché non fai un po’ di costruzioni, eh? Potresti creare una bella

casa, o un apparecchio, non so.»

«Non voglio fare una casa.»

«Allora costruisci una caldaia», suggerì il nonno.

Geoffrey s’illuminò.

«Con le condutture?»

«Con quante condutture vuoi.»

Geoffrey corse felice a prendere le costruzioni.

Continuava a piovere. Il nonno ascoltava. Sì, era senz’altro la pioggia

quella che aveva udito, ma il suono era identico ai passi di un

bambino.

Quella notte fece uno strano sogno.

Sognò di trovarsi in una città tutta popolata di bambini. Quando lo

videro, gli corsero incontro e gridarono: «L’hai portato?». Come se

capisse ciò che intendevano, il nonno scosse la testa tristemente, in

segno di diniego. A questo punto i bimbi scappavano e cominciavano

a singhiozzare amaramente.

Il sogno si dileguò e il nonno si ritrovò nel suo letto, ma il pianto

continuò a risuonargli nelle orecchie. Era perfettamente sveglio, eppure

lo sentiva distintamente. Poi ricordò che Geoffrey dormiva al

piano di sotto, mentre il lamento veniva dall’alto. Si mise a sedere e

accese un fiammifero. I singhiozzi cessarono di colpo.

L’anziano signore non parlò alla figlia né del sogno né di ciò che

aveva udito poi; ma col passare delle ore il fenomeno si ripeté, e

in pieno giorno. Certo, il vento sibilava nel camino, ma questo era

di-verso: un suono distinto, inconfondibile. Piccoli disperati singhiozzi.

E non era il solo a udirli. Anche la cameriera li aveva sentiti.

Solo la signora Lancaster non sentiva niente. Forse le sue orecchie

non erano abbastanza fini per percepire i suoni di un altro mondo.

Un giorno, tuttavia, anche lei ricevette una sorpresa.

«Mammina», disse Geoffrey in tono lamentoso, «vorrei che mi lasciassi

giocare con quel ragazzino.»

Lei alzò gli occhi dallo scrittoio e sorrise.

«Che ragazzino, Geoff?»

«Non so come si chiama. Era su in soffitta, seduto sul pavimento e

piangeva. Quando mi ha visto è scappato. Penso che sia timido. Poi,

quando mi sono messo a giocare con le costruzioni, l’ho visto di nuovo

che mi spiava dalla porta. Allora gli ho detto: “Entra e costruisci

un apparecchio”, ma lui non ha risposto ed è rimasto a guardare.»

La signora Lancaster si alzò.

«Geoff», disse, «non c’è nessun ragazzo in soffitta.»

«Ma l’ho visto! Oh, mamma, fammici giocare. È così solo e triste!

Voglio fare in modo che si senta meglio.»

La signora stava per replicare, ma suo padre scosse la testa.

«Geoff», disse il nonno con dolcezza, «quel ragazzino è veramente

solo. Forse puoi fare qualcosa per alleviarlo, ma devi scoprire tu il

modo, come in un indovinello. Hai capito?»

«Devo scoprirlo da solo perché sto diventando grande, è così, nonno?

»

«Perché stai diventando grande, sì.»

Quando il bambino uscì la signora Lancaster ebbe un moto d’impazienza

verso il padre.

«Papà è assurdo! Incoraggiare Geoffrey a credere che ci sia un ragazzino

in soffitta.»

«Lui ha visto ciò che io ho solo udito. Forse lo vedrei anch’io, se

avessi la sua età.»

«Ma sono sciocchezze! Perché io non vedo e non sento nessun ragazzino,

eh?»

L’anziano signore sorrise: un sorriso stanco, curioso, e non disse

niente.

«E dimmi perché», insisté la figlia, «gli hai messo in testa che può

aiutare quella… cosa. È impossibile.»

Il vecchio la fissò col suo sguardo pensieroso.

«Geoffrey ha… un sesto senso, come tutti i bambini. È solo quando

cresciamo che perdiamo questa facoltà. Ecco perché credo che

Geoffrey possa aiutare il suo amico.»

«Non capisco», mormorò debolmente la signora Lancaster.

«Nemmeno io, ma quel… quel bambino è in pena e vuol essere liberato.

Come? Non lo so, però è spaventoso pensarci: è un bimbo,

una creatura, e gli si spacca il cuore dal dolore.»

Un mese dopo questa conversazione Geoffrey si ammalò gravemente.

Il medico disse che non c’erano speranze per la sua malattia polmonare.

Accudendo il figlio malato, la signora Lancaster sentì per la prima

volta la presenza dell’altro bambino. Dapprima i singhiozzi le par-

vero confondersi col vento, poi pian piano si fecero più distinti, inconfondibili:

singhiozzi di bimbo, di un bimbo solo, disperato e affranto.

Man mano che Geoffrey peggiorava, parlava con sempre maggior

frequenza del piccolo amico. Nel delirio gridava:

«Voglio aiutarlo ad andar via, lo voglio!».

Al delirio seguì uno stato letargico. Non si poteva far altro che

guardare e aspettare. Poi venne una notte chiara, calma, senza un

alito di vento.

Improvvisamente il ragazzo tremò, aprì gli occhi e fissò la porta aperta

alle spalle di sua madre. Cercò di parlare, e chinandosi la signora

Lancaster colse le sue ultime parole.

«Eccomi, sto arrivando.» Poi reclinò il capo.

La madre attraversò la stanza in preda al terrore e andò in cerca del

padre. Da qualche parte, intorno a loro, l’altro bambino era scoppiato

a ridere. Felici, irrefrenabili, argentine, le risate echeggiavano

fra le pareti.

«Ho paura, ho paura», gemette lei.

L’anziano signore le mise un braccio intorno alle spalle, con aria protettiva.

Un alito improvviso di vento li fece trasalire.

Le risate erano cessate, e al loro posto si sentiva un debole rumore,

così debole che a stento si riusciva a distinguerlo. Passi, passi leggeri

che si allontanavano.

Pit-pat, pit-pat, il fruscìo alternato dei piedini. Ma ora… che strano…

pareva che un altro paio di piedini si fosse unito al primo, e che

si muovesse in modo più rapido e leggero.

Il fruscio giunse alla porta, la superò, i passettini erano chiarissimi.

Pit-pat, pit-pat, due bambini che marciavano insieme.

La signora Lancaster alzò gli occhi, terrorizzata.

«Adesso sono due! Sono due

Bianca di paura guardò il lettino del figlio, nell’angolo, ma suo padre

la invitò a guardare nella direzione opposta, oltre la porta.

«Là», disse semplicemente.

Pit-pat, pit-pat… sempre più deboli e lontani.

E poi silenzio.”

(da Appuntamento con il brivido, a cura di R. Zordan, Sansoni, Milano, rid. e adatt.)

Written by pamela serafino in: Senza categoria |

Nessun commento »

RSS feed for comments on this post. TrackBack URL

Lascia un commento

*
To prove that you're not a bot, enter this code
Anti-Spam Image

Powered by WordPress | Aeros Theme | TheBuckmaker.com WordPress Themes | Creare blog