Il fascino degli incipit nei romanzi

 

Gli incipit dei romanzi mi affascinano molto, indicano l’andatura di una storia che mi coinvolgerà, che mi accoglierà nelle maglie della sua vita e mi accompagnerà nel fluire della mia. Storie che si intrecciano. Gli incipit sono l’avventura che inizia e devono renderne l’idea. Nel romanzo preghiera per Cernobyl della scrittrice Svetlana Aleksieviҫ, l’incipit assume un tono confidenziale come se dinanzi al narratore fosse presente una persona a cui rivolgersi:

“Non saprei di cosa parlare… Della morte o dell’amore? O magari è lo stesso?… Di cosa allora?… Ci eravamo sposati da poco. Quando uscivamo assieme ci tenevamo sempre per mano, anche se entravamo in un negozio…Io gli dicevo: “Ti amo”. Ma non sapevo ancora quanto… Non ne avevo idea…”

Tecnicamente possiamo parlare di uso del discorso indiretto libero da parte di un narratore interno, la sequenzialità delle informazioni usate è l’intersecazione tra passato e futuro, il tempo del matrimonio ci dà un tempo: quello del presente, mentre il “non sapevo ancora quanto” ci sposta sull’asse temporale del futuro. Entrambi i piani si associano poi all’interrogativo iniziale: “parlare dell’amore o della morte?”. Subito viene da chiedersi, stimolati dalla domanda del narratore cosa avverrà dopo, su quali piani si svolgerà la vicenda. Lo scrittore, il bravo scrittore sfasa i piani temporali, scompone il discorso perché il suo lettore lo segua, si invischi nella storia e desideri leggerla.

Un altro incipit che ho trovato molto affascinante tratto dal libro di Valeria Perrella, Lo spazio bianco

“Ho provato. Aspettando la metropolitana per l’ospedale tutti i giorni, ho provato a leggere saggistica. I primi tempi ci sono riuscita, perché non avevo altro se non la mia testa. Ed era una testa molto esercitata sui libri.

Nei pomeriggi lunghissimi delle medie, tra la fine dei compiti e l’inizio della sera, la stanza si dilatava: qualunque rumore arrivasse dai capannoni delle conserviere che ci soffocavano l’aria, qualunque rancore i miei si rilanciassero da un estremo all’altro del corridoio, venivano assorbiti dal silenzio del tempo. Io leggevo.”

L’indicativo al passato prossimo della prima frase nella sua determinatezza lascia il posto alla indefinitezza del gerundio. Le due frasi minime quella del primo capoverso e quella del secondo: ” Ho provato” e ” Io leggevo” sembrano inseguirsi e collegarsi l’una all’altra nella costruzione del senso del discorso. Lo stacco temporale che porta il narratore dai tempi delle medie al momento in cui narra la sua vicenda dilatano il tempo che abbraccia questo atto: quello della lettura. Il senso della storia prende slancio da questo atto: leggere, che subito crea complicità tra il narratore e il lettore..

Giocare con la costruzione sintattica delle frasi, curare la loro disposizione e l’alternanza dei tempi verbali è un’abilità che uno scrittore deve curare, sebbene alla base di ogni scrittura ci debba essere sempre a mio avviso un messaggio che la trascende, un messaggio da donare all’altro perché non si riduca tutto ad un esercizio stilistico.

 

 

 

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