Gemelle imperfette: tradurre il dolore in poesia

 

Come rappresentare la crudeltà in un’ opera narrativa? La forza descrittiva delle immagini, il suono delle parole che si ricompongono in una scena, quanto devono essere accentuati per non eccedere nel gusto del voyerismo o al contrario turbare così tanto da non far reggere la lettura?

Prima di cominciare a leggere il libro Gemelle imperfette dell’autrice Affinity Conar ,  che affronta un tema di per se stesso crudele: gli esperimenti laboratoriali condotti sui bambini gemelli nel campo di concentramento di Auschiwitz ad opera di Mengele, lo spietato medico delle SS chiamato anche l’angelo della morte. Mi sono chiesto se sarei riuscita a leggere,  . La risposta è sì, perché l’autrice riesce ad affrontare l’argomento con una capacità descrittiva intensissima ma al contempo ferma le immagini nella loro essenza concettuale, evitando di eccedere nel superfluo. Il narratore in prima persona non a caso è Stascha una delle due bambine gemelle protagoniste del libro, che sfuma la realtà crudele con i giochi dell’infanzia e la attenua con la sua parziale consapevolezza. Emblematica è al riguardo la scena in cui la bambina, la prima volta che è stata condotta nel laboratorio degli esperimenti, elusa la sorveglianza e spinta dalla curiosità apre una porta trovandosi di fronte  ad una scena che è la concretizzazione della violenza.

“Non so ancora di preciso come classificare lo scambio di sguardi che ci fu in quell’istante. So solo che dalla parete in fondo file di occhi incombevano sulla scrivania. Erano fissati attraverso l’iride, infilzati con spilli, radunati in bell’ordine come bambini all’appello. Avevano i colori della bella stagione: verde, nocciola, marrone e ocra. Ai margini, un solitario occhio azzurro spalancato e attento. Erano tutti spenti come le cose vive che hanno cessato di vivere, le iridi velate da una patina sottilissima che si muoveva al minimo colpo di vento dalla finestra. Al centro, i beffardi spilli di metallo assicuravano la loro prigionia. Nonostante l’età, mi ero già fatta un’idea della violenza. La violenza aveva un orizzonte, un odore, un colore, l’avevo vista nei libri e nei cinegiornali [...]
“Sapevo quindi cos’era la violenza. O almeno, ne sapevo abbastanza da capire che si era sicuramente abbattuta su quegli occhi. Sapevo che erano stati strappati da corpi appartenenti a persone che meritavano di vedere spettacoli migliori delle ultime immagini cui avevano assistito. E pur non sapendo dire quali fossero questi spettacoli migliori, avrei voluto mostrarglieli. Avrei voluto viaggiare dappertutto, dal mare alle montagne e ritorno, e portare loro un oggetto, un animale, un panorama, uno strumento, una persona, qualsiasi cosa potesse rassicurarli: sebbene la violenza si protraesse, c’era la bellezza, che non li avrebbe abbandonati mai. Ma nulla di tutto ciò era possibile, e allora diedi a quegli occhi l’unica cosa che potevo offrire in quel momento : una lacrima”
Quando la sorvegliante si accorge della scoperta della bambina la intima a raccontarle che cosa avesse visto, per evitare che spaventasse gli altri bambini.
“La verità è che non sapevo descrivere quello che avevo visto. Ma sapevo che non avrei mai smesso di vedere quegli occhi, che mi avrebbero seguita fino alla fine dei miei giorni, sempre spalancati nella speranza di una sorte diversa. Li avrei sentiti addosso a ogni nascita, matrimonio o ritrovo. Avrei cercato di chiudere i miei per avere un po’ di pace, ma non sarei mai riuscita a chiuderli del tutto. Nessuno di noi sarebbe più riuscito a chiuderli completamente. «Non ho visto niente», dissi.”
(da Gemelle imperfette)
Con una serie di immagini la Konar è riuscita a descrivere poeticamente un mondo temporale ed emotivo: ha descritto il passato dell’atto di crudeltà compiuto, il presente della scoperta e il futuro di ciò che non sarà dimenticato. L’autrice ha in questo modo fatto viaggiare un linguaggio preciso sulle ali della fantasia , scontornandolo dai suoi elementi più cruenti, per imprimere nell’animo del lettore un coinvolgimento emotivo  che sfocia nella compassione nel senso etimologico di comunanza di dolore.
 
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