PREPARARE LA PROVA SCRITTA DEL CONCORSO DELLA GUARDIA DI FINANZA

 

Superare la prova scritta di un concorso non è semplice, occorre conoscenza, studio, applicazione e soprattutto capacità di analisi e padronanza della tecnica della scrittura. A tutti coloro che si stanno per cimentare in questa prova che si terrà il prossimo mese di maggio indico alcune tracce elaborando le quali ci si può esercitare .

 

1) Lo Stato Democratico riconosce al cittadino una serie di diritti e di doveri che ne garantiscono l’esistenza morale e fisica, esponga il candidato in che modo ogni singolo cittadino possa contribuire al rispetto di questi diritti e doveri per se stesso e per  gli altri al fine di contribuire al’ evoluzione del processo democratico.

2) Commenti il candidato queste celebri parole di Martin Luther King esprimendo le sue opinioni.

“La vera misura di un uomo non si vede nei suoi momenti di comodità e convenienza, bensì tutte quelle volte in cui affronta le controversie e le sfide.”

3) Lo stato democratico riconosce il lavoro come un diritto della persona poiché ne garantisce la dignità. Il candidato argomenti questa affermazione facendo riferimento anche ad alcuni riferimenti normativi.

 

Leggete attentamente le tracce, scomponetele creando uno schema a cui collegare le idee. La creazione dello schema consente di non tralasciare alcun  aspetto della traccia errore che vi porterebbe fuori tema. Leggete molte notizie di attualità vi aiutano ad arricchire le argomentazioni.

Se sviluppate le tracce e desiderate una correzione, un commento o linee guida per la preparazione alla prova scritta rivolge

tevi a

pamelaserafino@virgilio.it

 

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Corsi online scrittura creativa

 

Al giorno di oggi tutto ha a che fare con la scrittura, padroneggiare la scrittura aiuta a vivere meglio. Una persona che sa scrivere è una persona che sa farsi capire, sempre interessante e capace di ottenere di più da qualsiasi situazione.
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Le teorie di Poe sulla letteratura

 

Con Il saggio La filosofia della composizione apparso per la prima volta nel 1846 Poe intendeva esplicitare la sua teoria sulla composizione letteraria, partendo dalla rivelazione di tutto il percorso che lo ha portato al compimento della sua famosa opera: Il Corvo. Egli contesta l’ostinatezza che hanno alcuni scrittori di negare lo studio, l’analisi, la tecnica che li guida mentre scrivono. Poe, quindi,  nega il concetto di intuizione artistica a vantaggio di una scrittura intesa come attività metodica e analitica.

Di seguito un passaggio essenziale della sua argomentazione.

 

“Preferisco cominciare prendendo in considerazione il problema dell’effetto. Tenendo sempre presente il fattore dell’originalità (poiché ingannerebbe se stesso chi volesse arrischiarsi a fare a meno di una fonte di interesse così ovvia e così a portata di mano) in primo luogo io mi chiedo: “Di tutti gli innumerevoli effetti o impressioni, di cui il cuore, l’intelletto, o ( più genericamente) l’anima, sono suscettibili, quale finirò con il scegliere in questa specifica occasione?” Avendo scelto in primo luogo una data storia, e poi un effetto di sicura efficacia, mi pongo il problema se il tutto possa essere sfruttato al meglio narrando un evento o mettendo a fuoco un tono- e usando eventi ordinari e un tono particolare, o una data particolarità sia dell’evento che del tono; dopodiché mi guardo attorno ( o meglio: guardo dentro di me) alla ricerca di quelle combinazioni di eventi, o  di toni, in grado di darmi un miglior aiuto nella costruzione dell’effetto.

Ho spesso riflettuto su come potrebbero essere interessanti un giornale o una rivista se un attore volesse- o per meglio dire potesse- descrivere passo per passo il procedimento attraverso il quale un qualsiasi suo lavoro raggiunge la sua veste finale. Poiché al mondo non si è mai visto niente di questo genere, mi trovo molto a disagio a rispondere -ma, forse, più di qualsiasi altra causa, all’origine di questa omissione c’è soprattutto la vanità dell’autore. Quasi tutti gli scrittori-i poeti in particolare- preferiscono  lasciar intendere di comporre in una sorta di sottile frenesia- un’intuizione estatica- e rabbrividirebbero all’idea che il pubblico spiasse dietro le quinte per cogliere il complicato e barcollante formarsi del pensiero; sia le vere intenzioni che trovano espressione solo all’ultimo momento, sia gli innumerevoli dettagli di un’idea non pervenuta ancora a piena maturità, sia le fantasie perfettamente delineate ma scartate con disperazione in quanto non addomesticabili, sia le selezioni e i rifiuti operati così timorosamente, e i tagli e le interpolazioni così dolorose; in una parola, tutte le ruote e i pignoni, e i marchingegni per lo spostamento delle scene, e le scale e i pioli e le botole, e i tiri di canapa, e il colore rosso e le tacche in nero che, in novanta casi su cento, costituiscono lo strumentario dell’istrione letterario.”

(da La filosofia della composizione di Edgar A. Poe, edizioni La Vita Felice, Milano 2012.)

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Esercizio di analisi stilistica

 

L’habitat più naturale delle figure retoriche è senza’altro la scrittura letteraria attraverso di essa romanzieri e poeti ricorrono agli espedienti linguistici che servono per comunicare sensazioni, sentimenti , emozioni in modo originale e profondo. Facciamo di seguito un piccolo esempio di analisi stilistica ricorrendo ad una semplice frase tratta dal romanzo La casa in collina di Cesare Pavese.

“Per la porta socchiusa filtrava una luce. Qualcuno gridò-chiudi l’uscio, ignorante,-e risero, vociando la porta si spense.”

Noterai subito che l’enunciato la porta si spense è piuttosto inusuale. In un linguaggio più comune si sarebbe detto: “La porta si chiuse e la luce non filtrò più”.

In realtà in tutto il passo è come sottinteso un paragone implicito fra la porta socchiusa attraverso la quale filtrava una luce e una lampada che diffondeva chiarore. Proviamo a formulare esplicitamente questo paragone (similitudine) espandendo la prima frase del passo riportato:

Per la porta socchiusa filtrava una luce come da una lampada. Proviamo a disporre gli elementi della frase in modo che risalti anche sul piano visivo il meccanismo della similitudine.

Per la porta socchiusa (I termine di paragone) come da una lampada (secondo termine di paragone), filtrava una luce (elemento comune).

E’ la presenza di uno o più elementi in comune fra il I e il II termine di paragone che consente di istituire la (similitudine di dire come).

Il narratore, però, tende a sovrapporre, a identificare le due immagini della porta e della lampada, fino a farle diventare un’unica cosa. E poiché una lampada  cessa di far filtrare la luce quando si spegne, il verbo spegnersi, viene usato per indicare il chiudersi di una porta che, in tal modo non lascia più filtrare la luce.

Questo particolare uso traslato della lingua dà vita a alla  figura retorica della metafora.

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Lo stile della fiaba

 

La fiaba, come genere letterario, presenta alcune caratteristiche formali tipiche: la brevità e l’essenzialità, ad esempio, mancano infatti sia gli approfondimenti psicologici dei personaggi sia intermezzi e divagazioni .

Un altro elemento tipico dello stile della fiaba è la concretezza, la narrazione si basa su fatti ed elementi naturali.  Traiamo gli esempi per  dell’analisi analisi dai  testi delle fiabe italiane  raccolte da Italo Calvino nel 1956 per la casa editrice Einaudi. Si pensi alla fiaba Padron di ceci e fave, il protagonista è dapprima un povero uomo la cui preoccupazione è legata alla materialità della sua triste condizione: come procurarsi da vivere. Ma anche quando sarà ricco grazie all’aiuto di una fava ciò su cui si sofferma la descrizione è la materialità dei suoi enormi possedimenti. Si pensi ancora alla fiaba il Bambino nel sacco, la fiaba ha inizio con l’immagine di un bambino che raccoglie le pere di un albero  o ancora alla fiaba Naso d’argento, in cui una lavandaia insieme alle tre figlie cercano di sfuggire alla loro misera sorte al punto che una di esse invoca l’aiuto del diavolo. Che sia il desiderio di sposarsi o la ricerca di fortuna, gli oggetti materiali assumono un ruolo di primo piano nello svolgimento del racconto, tanto più perché agli stati d’animo dei personaggi non si fa riferimento e i concetti astratti sono assenti. Questo aspetto è sottolineato anche dalla carenza degli aggettivi .

Tipico in alcune fiabe  è anche l’uso di formule e versi rimati presenti nei dialoghi e nelle conclusioni.

Si vedano gli esempi seguenti:

E’ venuto fuori il sole,

m’ha cambiata di colore.

 

E’ venuto fuori il vento,

m’ha cambiato il parlamento.

 

E’ venuta anche la brezza,

m’ha cambiato la bellezza.

(da L’amore delle tre melagrane)

 

Preferisco dalle Fate essere mangiata

Piuttosto che da un uomo esser baciata.

 

Così vissero e godettero,

sempre in pace se ne stettero

ed a me nulla mi dettero

(da Prezzemolina)

 

 

A PROPOSITO DI FIABE

Ricordiamo le considerazioni di Italo Calvino sulle fiabe.

“Le fiabe sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna, soprattutto per la parte di vita che appunto è il farsi di un destino: la giovinezza dalla nascita che sovente porta in sé un auspico o una condanna, al distacco della casa,  alle prove per diventare adulto… E in questo sommario disegno, tutto la drastica divisione dei viventi in re e poveri, ma la loro parità esistenziale; la persecuzione dell’innocente e il suo riscatto come termini di una dialettica interna ad ogni vita; l’amore incontrato prima di conoscerlo e poi subito sofferto come bene perduto; la comune sorte di soggiacere a incantesimi, cioè di essere determinato da forze complesse e sconosciute, e lo sforzo per liberarsi ed autodeterminarsi inteso come un dovere elementare , insieme a quello di liberare gli altri, anzi il non potersi liberare da soli, il liberarsi liberando; la fedeltà a un impegno e la purezza di cuore come virtù basilari che portano alla salvezza e al trionfo; la bellezza come segno di grazia, ma che può essere nascosta sotto spoglie d’umile bruttezza come un corpo di rana; e soprattutto la sostanza unitaria del tutto, uomini, bestie, piante,cose, l’infinita possibilità di metamorfosi di ciò che esiste”.

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Stimolare la creatività: il racconto d’avventura

 

 

Avviare il lavoro della fantasia, affinare la creatività dello scrivere richiede una certa frequenza di letture. A volte, prima di cimentarsi in una storia personale può essere utile confrontarsi con una rielaborazione delle storie scritte da altri selezionando lo stile che preferiamo. L’esercizio che propongo prende avvio da due grandi classici dell’avventura: Il richiamo della foresta e Ventimila leghe sotto i mari, entrambe le storie come evincerete dagli esempi che propongo di seguito, hanno un incipit di tipo descrittivo, descrivono i protagonisti della storia in un modo tale che nelle loro ‘dna costitutivo’ si esplica già gran parte di ciò che accadrà loro in seguito. E’ come se la descrizione che di per sé è statica, desse al lettore gli indizi di un destino che si compirà, di un fatto che accadrà. L’avvio quindi non in medias res ma risulta ugualmente molto dinamico. Dopo aver analizzato questi incipit inviterei a provare a scrivere l’inizio di un racconto d’avventura che presenti tali caratteristiche ossia a partire da una situazione descrittiva anticipare il seguito della storia senza svelarlo ma suggerendolo.

 

Jack London, Il richiamo della foresta

“1. Verso i primordi.

Buck, non leggendo i giornali, non poteva sapere i guai che si preparavano non solo per lui ma per tutti i cani di grandi dimensioni, di forte muscolatura e di lungo e caldo pelo fra lo stretto di Puget e San Diego. Perché gli uomini scavando nelle buie profondità dell’Artico, avevano trovato un biondo metallo, e le compagnie di navigazione e di trasporti ne avevano diffuso la notizia facendo accorrere migliaia di cercatori nelle regioni del Nord. Questi uomini avevano bisogno di cani, e i cani che cercavano dovevano essere forti, di robusta muscolatura per sopportare le fatiche, e con folte pellicce che li proteggessero dal freddo. Buck viveva in una grande casa nella vallata di Santa Chiara baciata dal sole. Era detta la “Proprietà del giudice Miller”. Un po’ lontana dalla strada, era mezzo nascosta tra gli alberi, attraverso i quali si poteva scorgere la grande e ombrosa veranda che la circondava dai quattro lati. Si giungeva alla casa per viali di ghiaia che andavano per vasti prati sotto i rami intrecciati di alti pioppi. Sul dietro tutto era costruito in dimensioni più vaste che sul davanti. Vi erano grandi stalle, a cui accudivano una dozzina di mozzi e di stallieri, file di casette rivestite di vite selvatica, per la servitù, e una distesa ordinata e senza termine di costruzioni minori, i lunghi filari di viti, verdi pascoli, frutteti, e cespugli.Vi era un impianto per il pozzo artesiano, e la grande vasca di cemento dove i ragazzi del giudice Miller facevano il bagno tutte le mattine e prendevano il fresco al pomeriggio. Buck regnava su questa vasta tenuta. Lì era nato e lì era vissuto per quattro anni della sua vita. E’ vero che vi erano altri cani: non si sarebbe potuto fare a meno di altri cani, in una proprietà così vasta; ma non contava. Andavano e venivano, alloggiando nei popolosi canili o vivendo oscuramente nell’intimo della casa come Toots, il cagnolino giapponese, o Ysabel, la messicana senza pelo, strana creatura che raramente metteva il naso fuori dell’uscio o le zampe a terra. Vi erano inoltre i fox-terriers, una banda che gridava paurose minacce a Toots e a Ysabel guardandoli attraverso le finestre e sfidando una legione di cameriere che li proteggevano armate di scope e di strofinacci.Buck non era né un cane casalingo né un cane da canile. Il reame era tutto suo. Si tuffava nella vasca o andava a caccia con i figli del giudice; scortava Mollie e Alice, le figlie del giudice, durante lunghe passeggiate mattutine o crepuscolari; e, nelle serate invernali, stava sdraiato ai piedi del giudice davanti al camino scoppiettante della biblioteca. Si lasciava cavalcare dai nipotini del giudice o li faceva rotolare sulI’erba, e sorvegliava i loro passi nelle loro avventurose escursioni alla fontana nel cortile delle scuderie e anche più in là, verso i prati e i cespugli. Andava imperiosamente fra i terriers e ignorava Toots e Ysabel nel modo più assoluto, perché era un re: un re di tutto ciò che camminava, strisciava o volava nella proprietà del giudice Miller, compresi gli uomini. Elmo, suo padre, un grande San Bernardo, era stato il compagno inseparabile del giudice, e Buck prometteva di seguire le orme paterne. Non era grosso come lui: pesava solo centoquaranta libbre, perché sua madre Shep era una cagna da pastore scozzese.Queste centoquaranta libbre, tuttavia, a cui bisognava aggiungere la dignità che proviene da un buon vivere e da un universale rispetto, gli permettevano di comportarsi in un modo veramente regale. Durante i suoi primi quattro anni di vita aveva vissuto al modo di un aristocratico benestante; era orgogliosamente soddisfatto di sé, ed era anche un tantino egoista come sono spesso i gentiluomini di campagna per il loro stesso isolamento.Ma si era salvato dal pericolo di diventare solo un grasso cane casalingo. La caccia e gli altri esercizi affini all’aria aperta gli avevano tolto il grasso e rafforzato i muscoli; e l’amore per l’acqua era stato per lui, come per tutti quelli della sua razza, un tonico salutare.”

 

Jules Verne, Ventimila leghe sotto i mari

“ 1. Uno scoglio sfuggente.

Il 1866 fu un anno particolare, caratterizzato da uno strano misterioso avvenimento che certamente nessuno avrà dimenticato. A parte le dicerie che mettevano in agitazione le popolazioni della costa ed eccitavano l’opinione pubblica nelle zone continentali,  la gente di mare ne era particolarmente scossa. Commercianti, armatori, comandanti di navi, piloti europei e americani, ufficiali delle marine militari di tutti i paesi e, infine, i governi dei diversi Stati dei due continenti, si preoccuparono profondamente del fenomeno. Da qualche tempo parecchie navi, incrociando in alto mare, si erano imbattute in una “massa enorme”, qualcosa di oblungo, fatto  a fuso, a volte fosforescente e molto più grande e più veloce di una balena.  Le varie relazioni nei giornali di bordo concordavano quasi esattamente riguardo alla struttura dell’oggetto o del bizzarro  essere che fosse, sulla sua straordinaria agilità di movimenti, sulla sua velocità, e sulla particolare vitalità di cui appariva dotato. Se si trattava di un cetaceo, era assai più grande di  quelli che la scienza aveva fino ad allora classificato: i più  famosi naturalisti non avrebbero mai potuto ammettere l’esistenza  di un simile mostro, se non nel caso che l’avessero visto con i loro propri occhi. Calcolando una media delle diverse osservazioni, respingendo le  caute valutazioni che attribuivano alla “cosa” una lunghezza di  sessanta metri e anche quelle evidentemente esagerate che la  descrivevano larga trecento e lunga quasi un chilometro, si poteva affermare che quel mastodontico essere superava di parecchio le  dimensioni stabilite dagli ittiologi, sempre che il mostro  esistesse veramente”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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I calligrammi

 

” Un calligramma è una poesia scritta non linearmente, riga dopo riga, in modo da formare il solito quasi-rettangolo di testo sulla pagina. Nel calligramma le parole disegnano l’immagine di qualcosa di cui si parla. Se la poesia è sulla pioggia, le parole possono cadere, una lettera dopo l’altra. Se parla d’amore possono essere disposte in modo da formare un cuore[...]

Le parole della poesia non devono essere solo la descrizione della forma che costruiscono, devono invece esprimere un sentimento o un’emozione in qualche modo associabile alla forma disegnata. Se i calligrammi non riguardano emozioni tendono ad essere meccanici e insipidi”

(Kenneth Koch, da Sogni Desideri Bugie, ed. Emme)

Il

triangolo

aguzzo, a punta

(aiuto!mi strangolo!)

È una figura che spunta

con una certa antipatia

ai fogli dei libri di geometria

così, tutto ad angoli, irto di spigoli:

non per niente è il segnale dei pericoli

lungo strade, autostrade e codice stradale!

Ma poi col tempo diventa una figura cordiale

Quando lo riconosci nella bandierina della tua bicicletta,

o nella vela bianca che si gonfia al vento sulla barchetta

aprendo nel blu del mare una scia di spuma, anch’essa triangolare.

Di triangoli t’accorgi un mattino che è fatto di un cartoccio del latte

Come le piramidi, i formaggini, le punte delle frecce o delle cravatte,

che la tua squadra da disegno è quel triangolo famoso per la legge astrusa

della somma dei quadrati dei cateti che è uguale al quadrato costruito sull’ipotenusa.

(M. Faustinelli, Il Triangolo, da Le rime Figure)

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Inventare un personaggio: il gioielliere

 

La lingua è espressione di conoscenza, attraverso la lingua sono in grado di ‘regolare’ la realtà circostante, adattarla alla mia mente. Sono sempre stata affascinata dal linguaggio specifico, non riesco ad immaginare la descrizione di qualunque cosa sia un tratto del viso, l’interno di un appartamento, un oggetto, un fiore, senza ricorrere ad una terminologia specifica che viene poi ampliata tra le mani dello scrittore dal discorso metaforico.
Oggi ricorro all’esempio della descrizione di una collana, un semplice oggetto d’uso quotidiano che nasconde in sé una molteplicità di caratteri.
Collare Vittoriano: Dai 30 ai 37 cm
Può trattarsi di una collana composta da uno o più fili che fasciano il collo oppure da un punto luce, generalmente di piccole dimensioni, che si appoggia fra le clavicole. Di memoria Vittoriana, questo tipo di collane viene generalmente utilizzato per valorizzare scollature a “V”, a barchetta o abiti che lasciano libere le spalle. E’ perfetto anche da abbinare a T-shirt, canotte ed abbigliamento informale.
Collana girocollo (Choker) : dai 38 ai 42 cm
Una collana girocollo è una collana che si posiziona alla base del collo, con una lunghezza che va dai 38 ai 40 centimetri (Choker). Si tratta di un girocollo che cade più morbidamente ed è generalmente preferito da chi non ama sentirsi costretto da collane troppo aderenti. Si può portare in ogni occasione. Così come il collare vittoriano, mette in primo piano viso, collo e spalle. Questa collana, molto elegante, viene indossata per valorizzare scollature a “V”, a barchetta o abiti che lasciano le spalle scoperte. Lo possiamo ugualmente associare ad una collana principessa a condizione che l’abbinamento non risulti troppo carico.
Collana Principessa : dai 43 ai 50 cm
Collana classica chiamata “principessa” è quella più amata negli anni passati. È una collana dalla lunghezza standard compresa tra i 43 e i 45 cm che scende leggermente sul busto. Questo tipo di collana si adatta ad ogni occasione; perfetta con maglioni a girocollo o camicette poco scollate. Perfetta per aggiungere luce e colore senza però sottolineare i lineamenti in maniera decisa come i modelli precedenti.
Collana Matinée : 51-65 cm
Ancora una lunghezza classica e molto amata in passato. E’ l’ideale da portare con tailleur “Chanel”, con vestiti lunghi o maglioni a dolce vita. Si tratta di una lunghezza molto utilizzata nelle occasioni formali e di giorno ma può essere indossato anche di sera.
65 o 100 cm: OPERA O CASCASENO:
questa lunghezza viene considerata la più elegante, quella più adatta a serate importanti: da qui il suo nome “Opéra”. I modelli più attuali e moderni terminano con un pendente importante che dia risalto al decolté; è perfetto con maglioni a collo alto, top e scollature vistose.
100 cm: LUNGHISSIMA:
Splendida e folle, amatissima agli inizi del secolo scorso, riporta alla mente i fasti degli anni trenta e l’elegnaza di Coco Chanel, che ne aveva fatto la sua lunghezza favorita. Può essere lussuosa, sexy o sbarazzina: tutto dipende dalle perle e dal materiale. Dimenticata per diversi anni torna oggi alla ribalta in ogni foggia e colore. Da portare in filo singolo, doppio, annodata. E’ perfetta in qualunque occasione e con ogni abbigliamento.
Collane Bavaglio –
Bib:
Si tratta di quelle che in America sono ormai famose come bib-necklace, ossia collane-bavaglino, e in effetti la base ricorda vagamente questo tipico indumento infantile. Esistono collane bib di tutti i tipi e tutte le fasce di prezzo, impreziosite da brillanti e pietre pregiate, di tessuti ricercati o semplice stoffa di riuso, di stile romantico, vistoso, elegante. Questo tipo di collana può valorizzare anche il più casto dei vestiti o dei dolcevita, e dare carattere da sola alle mise più scialbe.

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Narrare la vita di un personaggio storico: l’esempio di Dacia Maraini

 

Come confrontarsi con un personaggio storico di cui si intende raccontare la storia? Il personaggio storico è più insidioso di quello immaginario, com’ è facile intuire quest’ultimo esiste solo nella mente del suo creatore, non ha nessun modello esterno, estraneo quindi a se stesso, con cui confrontarsi; un modello esterno che, non dimentichiamolo, è frutto di convenzioni storiche e culturali che si sono sedimentati nel tempo e che per certi versi costituiscono la sua aura. L’autore che intende parlare di un personaggio storico lo sa, per questo è difficile sceglier il punto di vista con cui esprimersi, con cui trattare l’argomento ‘spinoso’ della sua nuova veste letteraria e di conseguenza immaginaria. Per certi versi egli non è completamente libero di dire e di fare ciò che vuole, c’è qualcosa che si impone tra la libertà della sua immaginazione e la vita concreta, storica del suo personaggio, se ne vuole riproporre in chiave moderna la sua figura, se è comunque di lui che intende parlare e non di una sua pallida controfigura. Mi ha molto impressionato in proposito l’espediente letterario usato da Dacia Marini nel suo libro Chiara di Assisi elogio della disobbedienza, per presentare questo famoso personaggio storico. La scrittrice affida le sue motivazioni ad, una giovane anonima contemporanea di nome Chiara, che diviene la voce dialogante iniziale, il tu interlocutorio del narratore che a lui si rivolge affinché racconti la storia della Santa di cui porta il nome. Così parla la giovane Chiara :
“Conosco la mia voce ma non conosco me. E penso che lei possa aiutarmi. Ad approfondire il senso di questo nome che mi sembra tanto pesante da comunicarmi un senso di responsabilità. Ho la strana sensazione che scoprendo chi era Chiara io possa scoprire chi sono io. Anche perché, continuando le mie letture, mi stupisco sempre di più delle affinità che ci legano, oltre il nome. Qualcosa di disperato per esempio e di lacerante che accompagna la sua vita e che, con tutte le distinzioni possibili, con tutto il rispetto per la sua santità, accompagna anche la mia di vita. Le sembra sconveniente questa mia lettura di una grande santa?”
(da Chiara di Assisi. Elogio della disobbedienza , Rizzoli 2013)
Con queste parole il tu dialogante Chiara chiama in causa il lettore, la sua domanda pare rivolgersi direttamente a chi legge, sentite che non c’è distanza tra Chiara D’Assisi e noi, nella sua vita, nella sua sensibilità, possiamo cogliere qualcosa che ci riguarda da vicino, che ci tocca ancora, lei non è isolata nel suo passato, non è un’inerte immagine storica, ma può parlarci ancora oggi, raggiungerci nel nostro presente. Per porre questo interrogativo l’autore non ha scelto di usare il lettore implicito, ma è rimasto ancora più dentro alla storia che narra, più dentro al suo personaggio, sebbene sconvolgendo i piani del discorso interlocutorio, riesce a non porre le distanze della narrazione onnisciente.
E’ fondamentale quindi anche quando si sceglie di narrare la storia di un personaggio storico, precisare a se stessi le motivazioni della scelta, renderne partecipi il lettore, scegliere, tra le innumerevoli moltiplicazioni dei punti di vista, l’angolazione da cui si intende raccontare, calibrare la propria voce narrante selezionando attentamente la grande quantità di materiale a disposizione. Solo combinando la propria ispirazione ai fatti, il personaggio esce dal suo tabernacolo e trasuda una nuova vita.

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Alcune note sullo stile narrativo di Stefano Benni

 

Personalizzare il proprio stile significa affinare l’espressione, rendendola più efficace sia costruendo frasi dal taglio e dal ritmo via via più adatti allo svolgersi della vicenda sia scegliendo parole capaci di trasmettere emozioni e non soltanto significati sia ridando forza e impatto a termini troppo usati e logorati dall’uso. Un esempio contemporaneo ce lo offre la scrittura di Stefano Benni con un linguaggio duttile, aperto alle espressioni del gergo corrente, che spazia tra diversi generi narrativi raccontando storie comico-surreali, che costituiscono un’esplicita critica sociale e una satira esilarante e pungente dei comportamenti di massa. L’autore non si limita a utilizzare espressioni gergali tipiche del parlato, ma ne conia di nuove attraverso metafore o accostamenti linguistici inusuali, che pure restano comprensibili per la loro evidenza espressiva. Di seguito riportiamo un brano tratto dal Libro Bar Sport duemila.
Creatura recentemente apparsa ma ormai tristemente nota. Il suo dramma non è il cellulare, ma la dipendenza, cioè il non saper rinunciare al telefonino nei luoghi più improbabili e nelle situazioni più scomode. Per questa ragione è detto DDT; ovvero Drogato Da telefonino.
Ad esempio, il DDT è appena entrato nel bar e il cellulare trilla mentre sta bevendo il cappuccino. Il DDT continua a bere con la destra e risponde con la sinistra, oppure intinge il cellulare nella tazza e si attacca una brioche all’orecchio. Va alla toilette telefonando, e dentro si odono rumori molesti, sciabordio e schianti dovuti alle difficoltà di compiere certe operazioni con una mano sola. Spesso quando esce ha il cellulare grondante e strane macchie sui pantaloni. Inoltre ogni anno circa duemila telefonini spariscono in turche o gorghi porcellanati. Una leggenda metropolitana li vuole clonati e usati dai ratti di fogna al posto della comunicazione ultrasonica. Il DDT risponde in qualsiasi situazione, posizione e occasione. La sua prerogativa è infatti “l’effetto Colt”: non può sentire un trillo senza estrarre di tasca l’arma, vive sempre all’erta come un pistolero, risponde velocissimo non solo al trillo del suo cellulare ma anche a quello del vicino, al trillo della cassa, ai trilli dei telefoni in televisione, e, in campagna, anche al canto dei grilli.
Poniamo attenzione alla sigla DDT, spiegata nel significato che gli attribuisce l’autore significa Drogato Da Telefonino, questo accostamento metaforico suscita nel lettore un atteggiamento di disgusto per la sua assonanza con il vecchio DDT, un noto insetticida estremamente tossico. Si noti ancora l’espressione effetto Colt che crea un’analogia tra il cellulare portato alla cintura dai cow-boys e che suggerisce un’idea di pericolo proprio perché l’arma è strumento di difesa e di offesa. Va evidenziato, inoltre, l’uso frequente di iperboli e paradossi che accentuano il divario tra l’esagerazione linguistica e la banalità delle situazioni reali, strumento utile per dare una comunicazione di contenuti più profonda rispetto al piano letterale della storia.

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